Nell’anno solare appena concluso, la Cina ha registrato il più grande surplus commerciale mai osservato nella storia economica mondiale, pari a circa 1.189 miliardi di dollari.

Un ordine di grandezza paragonabile al Prodotto interno lordo di un’economia petrolifera come quella dell’Arabia Saudita; ovvero, se rapportato al contesto europeo, superiore all’intera economia della Polonia. La crisi immobiliare cinese ha eroso la ricchezza delle famiglie, compresso i consumi interni e indebolito la domanda di beni importati da parte dei consumatori cinesi. Nella stessa direzione hanno agito sia le recenti restrizioni occidentali all’export di tecnologie avanzate verso la Cina sia le politiche tariffarie dell’Amministrazione Trump.

La forte variabilità delle tariffe doganali dell’anno scorso ha innescato un’accelerazione degli ordinativi in alcune fasi. Parimenti, una domanda globale robusta, trainata in particolare dagli investimenti legati all’AI, ha consentito alla Cina di compensare su altri mercati la frenata del suo export verso gli Stati Uniti. Questo riequilibrio geografico ha consentito alle esportazioni cinesi di crescere complessivamente del 5,5%, in particolare grazie alla conquista di nuovi flussi verso il Sud-Est asiatico (+13%), l’Ue (+8,4%), l’America Latina (+7,4%) e l’Africa (+26%). È la somma algebrica di tutte queste forze che ha spinto il surplus commerciale cinese al livello record di 1.189 miliardi di dollari.

Naturalmente, un surplus di tali dimensioni non può essere considerato un fenomeno neutro né sul piano interno né su quello globale. Per l’Europa esso si traduce in una pressione crescente sui settori manifatturieri più esposti alla concorrenza cinese, in particolare quelli a medio contenuto tecnologico. L’impatto è particolarmente significativo nel settore automotive, al centro di una serrata competizione. I produttori cinesi, soprattutto nel segmento dei veicoli elettrici, beneficiano di enormi economie di scala, di un qualche sostegno governativo e di una struttura dei costi fortemente compressa. Ciò consente loro di praticare prezzi aggressivi, mettendo sotto pressione il comparto automotive, che in Europa rappresenta ancora una colonna portante dell’occupazione. Secondo Eurostat, oltre il 55% delle auto elettriche importate nell’Unione europea proviene dalla Cina, più del doppio di quelle importate complessivamente dalla Corea del Sud, dal Giappone e dagli Stati Uniti.

Nel settore automotive, come in altri comparti manifatturieri avanzati, la competizione si gioca su tecnologie di frontiera come batterie di nuova generazione, software, integrazione tra hardware e Intelligenza Artificiale, oltre che sull’efficienza dei processi produttivi. Qui emerge un nodo politico cruciale. Le classi dirigenti europee devono comprendere che una solida politica industriale non è solo uno strumento ineludibile di politica economica, ma anche un terreno di competizione geopolitica. Senza la scelta esplicita di concentrare investimenti sull’innovazione, di ridurre i costi strutturali e di coordinare le strategie nazionali, l’Ue rischia l’irrilevanza come attore unitario sulla scena globale.

Alfredo Andreani

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