Il risultato del voto, in politica, è quello che conta: la riforma della magistratura è stata respinta seccamente dai cittadini, accorsi in gran numero alle urne. Anche la notazione, pure indiscutibile, di uno scarto molto modesto tra Sì e No, considerato che i precedenti referendum costituzionali si conclusero con forchette oscillanti tra i 20 ed i 30 punti, rimane sullo sfondo. Il Paese ha scelto – quali che ne siano state le motivazioni – di non cambiare questo modello di ordinamento giudiziario. Carriere unite tra Pubblici Ministeri e Giudici, come solo ormai in Turchia e Romania; conferma di questa giustizia disciplinare; consolidamento definitivo del correntismo, e delle sue logiche di “autogoverno”. Chi ha sostenuto il No si è ovviamente reso protagonista non della semplice bocciatura di una riforma, quanto piuttosto del drastico rafforzamento del sistema attuale; quello cioè che considera l’ormai impolverato “scandalo Palamara” una parentesi occasionale, dovuta evidentemente ad una personale proclività alla devianza di quel Presidente di ANM.

L’anomalia planetaria

Tutto va bene ora, madama la marchesa. Così come, all’evidenza, il nostro Paese ha accettato questa anomalia planetaria: una magistratura, cioè, che si è costituita in partito, e che ha assunto nettamente la leadership di uno scontro non più referendario ma esplicitamente politico. Uno scontro che ha dal primo giorno trasceso il merito del quesito referendario, trasformandosi in una partita, in sbandierata difesa della Costituzione in quanto tale, ma soprattutto in una partita all’attacco di un modello politico, quello dell’attuale maggioranza, nelle cui connotazioni ideologiche generali si è voluto senza distinguo iscrivere la riforma, sicché sconfiggere la riforma esigeva fatalmente di sconfiggere quel modello politico. Dunque, alla testa di uno scontro politico, i cui effetti sono infatti ora sotto gli occhi di tutti, il popolo italiano ha ritenuto normale che si fosse posto un ordine burocratico, al quale si accede per concorso e che ovviamente non prevede alcuna delle verifiche proprie delle regole democratiche.

È stato inutile, evidentemente, invitare a riflettere su questa anomalia, cioè se nulla di ciò fosse mai anche solo immaginabile in qualsiasi altra democrazia contemporanea. La cultura politica del tutto prevalente nel nostro Paese, a destra come a sinistra, è quella fondata sulla utilità, più che sui princìpi e sul rispetto delle regole fondative di uno Stato democratico, prima fra tutte quella della rigorosa divisione dei poteri. Nessuno sembra allarmato dal superamento di questa linea rossa, di questa evidente alterazione dell’equilibrio vitale tra poteri dello Stato. E a nessuno sembra interessare cosa sarà da oggi, nella percezione dei cittadini, la magistratura italiana nell’esercizio delle sue funzioni, dopo questo voto.

“L’agenda la dettiamo noi”

Per quale misterioso meccanismo, o anche solo in nome di quale regola esperienziale, dovrebbe accadere – come dire – un “rientro nei ranghi” di chi ha assunto la guida, addirittura anche finanziaria, di questo durissimo quanto innegabile scontro politico tra maggioranza ed opposizione in Parlamento e nel Paese? Quale magia dovrebbe consentire al cittadino nelle aule, ed al suo difensore, di veder scomparire nel volto del proprio accusatore e soprattutto del proprio giudice i lineamenti precisi del protagonista e del vincitore di questo durissimo scontro politico? Né sembrerebbe, dai primi gesti e dalle prime parole esultanti, che vi sia questa intenzione. “L’agenda delle riforme la dettiamo noi”, “È solo l’inizio”, sono parole non dal sen sfuggite, ma consacrate in documenti politici ufficiali. Per non dire dalle esultanze sguaiate, irridenti, perfino minacciose, delle quali sono piene le cronache.

Ma qui, infine, torna utile ricordarlo: c’è poco meno di metà del Paese che non la pensa così. Non serve a cambiare il risultato, ma serve, eccome, ad alimentare speranze ed impegno civile. Buona lettura.

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