Serve sostanza, serve visione, serve coraggio politico
La grande mela di Mamdani sembra dolce, ma forse è bacata
Dietro le brillanti parole del nuovo sindaco, più effetti speciali che soluzioni. La magia della retorica non basta per governare New York
Zohran Mamdani ha appena pronunciato il suo discorso da neoeletto sindaco di New York. Un intervento che molti hanno definito storico, altri ispirato, e qualcuno, semplicemente ben confezionato. Ha rivendicato la sua identità: musulmano, socialista democratico, figlio dell’immigrazione. Ha celebrato New York come città di migranti, di lavoratori, di speranza. Tutto molto edificante. Ma se si grattasse via la vernice, cosa resterebbe?
La narrazione di New York come città di immigrati è potente, ma semplificata. Le comunità migranti che hanno costruito la città: italiani, irlandesi, ebrei e portoricani, hanno vissuto discriminazioni, esclusioni e lotte. Oggi, molti italoamericani si riconoscono in posizioni conservatrici e si oppongono all’immigrazione recente. Mamdani sembra ignorare questa evoluzione, preferendo una visione idealizzata e uniforme, dove l’identità migrante è automaticamente sinonimo di apertura e giustizia.
Il sindaco promette di restituire potere ai lavoratori. È un’affermazione forte, ma resta vaga. In una città dove il costo della vita è fuori controllo e la precarietà è la norma, servono misure concrete, non slogan. Parlare di potere senza affrontare temi come affitti, salari e diritti sindacali rischia di essere solo un esercizio retorico.
L’identità personale diventa qui leva politica: giovane, musulmano, attivo online. È un messaggio che parla a una nuova generazione, ma rischia di restare un esercizio di stile. L’attivismo digitale e le proteste contro gruppi reazionari sono importanti, ma non bastano. La politica si misura nei risultati, non nei post.
C’è entusiasmo tra i giovani italoamericani che riscoprono le proprie radici in chiave progressista. È un segnale interessante, ma ancora minoritario. La cultura politica dominante tra gli italoamericani resta conservatrice e il legame con l’Italia è spesso più nostalgico che critico.
Quanto all’entusiasmo per le proteste contro nostalgici del fascismo e simpatizzanti di Hitler, è certamente un segnale positivo. Ma se serve un sindaco musulmano per ricordare a una parte della comunità italoamericana che certe posizioni sono inaccettabili, allora il problema è più profondo di quanto si voglia ammettere. L’antifascismo non dovrebbe essere un gesto coraggioso, ma un punto di partenza condiviso.
Guardando il discorso da più angolazioni, si capisce che Mamdani ha mescolato molte carte: storia, identità, ideali, promesse. Ma rimetterle in ordine significa riconoscere che New York è una città complessa, contraddittoria, dove la retorica non basta. Serve sostanza, serve visione, serve coraggio politico. Perché la storia non si fa con le parole, ma con le scelte.
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