Decifrare la strategia di The Donald è difficile
La linea scettica e cinica di Trump con Machado, Pahlavi e Zelensky
Decifrare la strategia di Donald Trump è difficile. Dopo il blitz per catturare Nicolas Maduro a Caracas e la minaccia di un attacco contro l’Iran per punire la Repubblica islamica della brutale repressione delle proteste, il mondo si chiede cosa abbia in mente davvero il presidente degli Stati Uniti. E in queste prime settimane del 2026, un filo rosso che unisce le mosse del tycoon sembra quello di una visione estremamente pragmatica. Per qualcuno, realista. Per altri, cinica.
Il primo segnale è arrivato proprio dal Venezuela. Il “regime change” agognato dagli oppositori non c’è stato. Maria Corina Machado, la leader dissidente che ieri ha incontrato Trump alla Casa Bianca, si è addirittura offerta di dare il proprio premio Nobel per la pace al presidente Usa. Ma The Donald, su Caracas, ha una visione ben poco incline alla “rivoluzione”. Già dopo l’arresto di Maduro, di limitò a definire Machado “una signora molto simpatica, ma che non ha il rispetto, il sostegno del Paese”. Poche ore prima dell’incontro, il tycoon ha sentito la presidente ad interim, Delcy Rodriguez, parlando di una “ottima conversazione” e che tra i due Paesi si profila una “partnership spettacolare”. E se Machado ha interesse a farsi largo alla Casa Bianca, Trump in questo momento sembra puntare a un’intesa con Caracas basata soprattutto su petrolio, minerali e un graduale taglio dei rapporti con Cina e Russia. Qualcosa che al presidente Usa basta anche senza passare per il crollo del chavismo.
La dissidente venezuelana non è l’unica a subire la freddezza del capo della Casa Bianca. Nella sua ultima intervista a Reuters, The Donald ha anche avuto modo di parlare di Reza Pahlavi, l’erede al trono di Persia che prova a ergersi come leader in caso di un’eventuale transizione democratica in Iran. Ma anche per il figlio del deposto scià è arrivata una pesante doccia gelata. Come per Machado, il capo della Casa Bianca ha rimarcato la “simpatia” del personaggio. “Sembra molto simpatico, ma non so come si comporterebbe nel suo stesso Paese” ha detto Trump parlando di Pahlavi. “Non so se il suo Paese accetterebbe la sua leadership, e certamente se lo accettassero sarebbe perfetto per me”, ha proseguito il presidente Usa. E questa dichiarazione, arrivata nelle stesse ore in cui Washington sembrava sul punto di attaccare l’Iran, è sembrata un ulteriore segnale di distensione (o di vigile attesa) nei riguardi della Repubblica islamica.
Una scelta probabilmente legata ai vari “alert” arrivati in questi giorni dalla Difesa, dall’intelligence ma anche dalle cancellerie di Paesi vicini all’Iran, preoccupati dallo scenario di una Teheran nel caos, di una pesante reazione iraniana e di un crollo repentino del regime con un nuovo “scià” calato dall’esterno e senza vero appoggio popolare. Ma è anche un ulteriore monito di come Trump, in questa fase, voglia soprattutto evitare “bombe a orologeria” nelle diverse aree del mondo. A maggior ragione se questo può significare un campanello d’allarme per le superpotenze con cui li ritiene di dovere interloquire: Cina e Russia.
È proprio la Russia, del resto, l’altro Stato particolarmente attento a questa linea tra il realismo e il cinismo targata The Donald. E ieri, lo stesso Trump ha dato una nuova leva parlando con toni aspri del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Ancora una volta, il leader Usa ha individuato in Zelensky l’ostacolo alla pace. “Penso che Vladimir Putin sia pronto a fare un accordo,” ha detto Trump dallo Studio Ovale, ma “penso che l’Ucraina sia meno pronta a fare un accordo”. E alla domanda sulla ragione del negoziato bloccato, Trump ha risposto in modo chiaro: “Zelensky”. Una dichiarazione che non lascia spazio a dubbi, e che conferma l’idea che regna da tempo alla Casa Bianca, cioè che sia il leader ucraino e non quello russo il vero avversario all’interno del negoziato.
Il Cremlino ringrazia, con il portavoce Dmitry Peskov che ha dato subito ragione al presidente americano. “La situazione peggiora giorno dopo giorno per il regime di Kyiv e il suo spazio per decidere si riduce” ha incalzato la “voce” di Putin. E tutto questo avviene mentre si prospetta un nuovo incontro tra Putin, l’inviato Usa Steve Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner. Segno che The Donald vuole arrivare a ogni costo all’accordo. E questo, insieme alla cosiddetta “Dottrina Donroe”, passa attraverso il dialogo con i nemici e un realismo che rischia di sprofondare nel cinismo.
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