USA
La nuova linea progressista nasce dai sindaci. Da New York a Genova: così la democrazia si rigenera
Mamdani è l’ultimo esempio di una nuova frontiera democratica che sceglie di ripartire dai grandi centri. I primi cittadini sono custodi della volontà degli abitanti
Ogni epoca ha i suoi re, e ogni generazione deve decidere da che parte stare. Per questo, ciò che avviene oggi nelle città occidentali ha una linea in comune che merita di non essere sottovalutata. Se quasi tutte scelgono di darsi una politica più o meno progressista, non è certo casuale. È una risposta profonda, collettiva, alla crisi delle democrazie nazionali e alla domanda di senso che attraversa le società contemporanee.
Quello storico segnale di Boston
Nel 1773, a Boston, un gruppo di cittadini gettò in mare 342 casse di tè per opporsi a un potere lontano che imponeva tasse senza rappresentanza. Quell’atto, apparentemente locale, divenne il segnale d’inizio di una rivoluzione. Oggi, due secoli e mezzo dopo, la scena si ripete: non più sul molo di Boston, ma nei municipi e nelle piazze delle grandi città, dove l’idea stessa di libertà torna a essere contesa.
Di fronte a un potere centrale che concentra su di sé la forza dello Stato e ne piega le istituzioni, le città si riscoprono presidio civile, comunità politiche che rivendicano il diritto di autogovernarsi in nome della dignità e dell’uguaglianza. È un ritorno alle origini: la democrazia nasce sempre da un luogo concreto, da cittadini che decidono di opporsi all’arbitrio.
È in questo scenario che si colloca la vicenda di Zohran Mamdani, socialista oggi alla guida di New York, simbolo di una generazione che ha scelto di rispondere all’autoritarismo non con la paura ma con la costruzione. Il suo programma – città santuario, lotta alle disuguaglianze, servizi universali, welfare locale – è meno importante delle parole che lo accompagnano: “Non basta resistere. Dobbiamo proporre un’altra visione”. Più che un leader, Mamdani incarna un metodo: trasformare la politica municipale in una pedagogia civile, dove la solidarietà diventa competenza di governo e la prossimità si fa potere costituente.
Questo è il punto più interessante e universale della sua esperienza. Il municipalismo progressista, da Barcellona a New York, da Milano a Genova, da Napoli a Bari, non è un rifugio minoritario: è la nuova frontiera della democrazia. Come ha ricordato il Presidente Sergio Mattarella, “la democrazia non è una conquista definitiva, va continuamente realizzata”. E in questo esercizio quotidiano i sindaci svolgono un ruolo cruciale: sono i custodi di una fiducia concreta, quella che si misura nella vita delle persone. Giuseppe Sala a Milano, Gaetano Manfredi a Napoli, Silvia Salis a Genova – e prima di loro Antonio Decaro a Bari, che ha guidato per anni la rete dei Comuni italiani – rappresentano modi diversi ma convergenti di intendere la città come presidio di diritti, coesione e innovazione.
Le città di alleano
E mentre gli Stati si fanno la guerra, le città si alleano: non solo per scambiarsi buone pratiche amministrative, ma per collaborare sui grandi temi del nostro tempo – l’ambiente, il clima, la sostenibilità, la salute pubblica. È una diplomazia delle comunità che unisce invece di dividere, che cerca soluzioni dove altri alzano confini. Le città funzionano come istituzioni morali (John Dewey) e come laboratori di cittadinanza: qui le persone sperimentano ogni giorno la giustizia, l’inclusione, la convivenza. Quando lo Stato si chiude o arretra, le città inventano linguaggi, welfare, diritti. È qui che la democrazia si rigenera, perché la partecipazione non è un principio astratto ma un’esperienza di vita.
Per questo, come scrive The Progressive, rafforzare le metropoli democratiche equivale a esercitare una nuova “resistenza costituzionale”. Le città non sono solo il motore economico del mondo, ma il suo sistema immunitario: reagiscono all’ingiustizia producendo legami, rispondono all’odio con cooperazione, sostituiscono la paura con la fiducia.
Quando la democrazia vacilla nei palazzi, è nelle strade delle città che torna a respirare. E forse – proprio come a Boston nel 1773 – la prossima rivoluzione non nascerà da un esercito, ma da una rete di città che hanno capito che tocca a loro difendere non solo la libertà, ma i valori fondanti del nostro essere occidentali.
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