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La pena di morte è paradossale: un’arma a doppio taglio che può lacerare gli israeliani
Facciamo chiarezza. Nelle menti di Ben-Gvir e dei suoi seguaci dell’ala kahanista, l’idea di un nuovo provvedimento sulla pena di morte era balenata già molto prima del 7 ottobre. Quello che in pochi si aspettavano è che la proposta di Otzma Yehudit potesse diventare legge con il consenso di un’ampia maggioranza in Parlamento. L’iter di approvazione legislativa prevede, in Israele, una serie di tre successive letture alla Knesset: nella prima si vota il principio generale su cui si basa la legge; nella seconda si procede articolo per articolo; mentre la terza prevede una votazione sull’intero testo definitivo e modificato. Dopo l’approvazione del testo da parte della Commissione parlamentare per la Costituzione, la legge e la giustizia della Knesset, arrivata il 3 novembre 2025, sono bastati 5 mesi per arrivare alla conferma definitiva di un disegno di legge che definire controverso sarebbe un eufemismo. Certo, è normale che quanto accaduto abbia fatto scatenare gli opinionisti e le testate giornalistiche di mezzo mondo: d’altronde, quando si parla di Israele, è quasi sempre così. Tutti però sembrano essersi dimenticati, lasciando forse intendere una scarsa conoscenza del sistema istituzionale in questione, dell’esistenza della Corte Suprema.
Il testo non è compatibile con l’articolo 1
Costituita da 15 giudici di alto rango, la Corte ha il potere di limitare o annullare del tutto i provvedimenti legislativi, se ritiene che questi contrastino con le leggi fondamentali dello Stato. Non servono occhi particolarmente attenti o un’analisi troppo approfondita per rilevare che il testo approvato non è compatibile con l’articolo 1 e soprattutto con l’articolo 2 della legge fondamentale 5752/1992, che sancisce che nessuno dovrebbe violare la vita, il corpo e la dignità dell’essere umano in quanto tale. Qualcuno potrebbe obiettare che, a pochi mesi dalle elezioni, la Corte potrebbe essere maggiormente incline a piegarsi alla politica per evitare di rompere gli equilibri parlamentari: sta di fatto che dalla sua posizione passa una decisione storica con ripercussioni devastanti. In ogni caso, è capitato più volte che la Corte annullasse leggi che violavano i cosiddetti princìpi fondamentali. L’ultima volta nel gennaio 2024, in riferimento alla reasonableness law, che limitava il potere della Corte di bloccare decisioni governative.
Il testo ambiguo
Se ne sono dette di cotte e di crude, eppure il testo approvato dalla Knesset, nonostante tutte le mistificazioni che ne sono state fatte, risuona distinto e deciso nella sua ambiguità. La pena capitale diventerebbe obbligatoria verso coloro che causeranno la morte di un israeliano, “volontariamente o per negligenza“, per “motivi di razzismo o ostilità verso il pubblico” con l’intento di “danneggiare lo Stato di Israele” nonché la “rinascita del popolo ebraico nella sua patria”. Nello Stato ebraico la pena di morte esiste già, ma dal 1948 è stata considerata quasi come una pena ad personam per i soli criminali nazisti, tant’è che l’unico condannato è stato Adolf Eichmann. Il parlamentare Ahmad Tibi, durante la discussione seguita alla seconda lettura, ha provato a far capire la delicatezza del tema all’ala più religiosa e intransigente della destra israeliana: “Parlando la loro stessa lingua”, l’esponente di Ta’al ha ricordato che nella Mishnah (tradizioni giuridiche orali dell’ebraismo) viene considerato severo un tribunale che commina una sentenza di morte ogni settant’anni. Ma Ben-Gvir e i suoi a quanto pare si servono dei testi ebraici solo quando fa comodo alla loro causa.
La ratio della legge
La ratio della legge è chiara e, paradossalmente, universalmente condivisibile: scongiurare le stragi civili in attentati terroristici di matrice palestinese e gli scambi tra detenuti palestinesi accusati di terrorismo e cittadini israeliani. Tuttavia le modalità di applicazione previste e i suoi effetti giuridici configurano la legge come distante anni luce da un ideale di giustizia garantista e con finalità rieducativa. Per come è stata scritta e pensata, non ha alcuna possibilità di suscitare gli effetti sortiti e rischia, anzi, di tramutarsi in un enorme autogol, sia per le dinamiche interne al Paese sia nella politica estera. Dal punto di vista interno, Israele vedrà decadere il già fragile principio di eguaglianza formale tra i cittadini e, sicuramente, non sarà la pena di morte a frenare il terrorista kamikaze che vuole farsi esplodere su un pullman a Tel Aviv. Esternamente, il provvedimento graverà ulteriormente sull’immagine mediatica già deturpata dello Stato ebraico. Inoltre l’inevitabile innalzamento del numero di sentenze capitali avrà come conseguenza il definitivo distacco dai princìpi fondamentali di una democrazia, in particolare la dignità della vita umana. Non a caso, democrazie alleate come Italia e Germania non hanno tardato a pubblicare dichiarazioni congiunte di preoccupazione al riguardo.
Il voto di Bibi Netanyahu risultava tra i 62 favorevoli
Ma c’è anche un altro aspetto da considerare. Il voto di Bibi Netanyahu risultava tra i 62 favorevoli all’approvazione, prova del fatto che a pochi mesi dalle elezioni nazionali il primo ministro non stenta a sostenere anche le battaglie più oltranziste dell’estrema destra. È vero: attualmente Israele si ritrova ad affrontare una minaccia concreta ed esistenziale proveniente dalla Repubblica islamica iraniana e dai suoi alleati regionali. Ma quando i razzi e le bombe a grappolo smetteranno di sorvolare i cieli israeliani, l’unità nazionale decadrà e lo Stato ebraico dovrà fare i conti con le tensioni interne. Per questo motivo, chi da sempre sostiene Israele, ha ora il dovere morale di criticare una proposta di legge che si ritorcerebbe in primis contro i cittadini dello Stato. C’è un passo del Talmud, divenuto poi molto noto, che recita: “Chi salva una vita, salva il mondo intero”. Non ci resta che sperare che un uccellino riporti queste parole ai giudici della Corte suprema.
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