L’accusa più inconsistente adoperata dai sabotatori del “Board of Peace”, cioè l’amministrazione transitoria incaricata di dare attuazione al Piano per la ricostruzione di Gaza, è che si tratti di una creatura che ha mutato aspetto da quando – nel novembre dello scorso anno – il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l’ha riconosciuta e ne ha accreditato il mandato. Si sostiene, da parte del circolo che rema contro, che il presidente degli Stati Uniti ne avrebbe snaturato la struttura, pervertendola alla funzione di un attrezzo personale, lo scettro di un potere dispotico che annulla la legalità internazionale e la sostituisce con il prepotente regime affaristico cui si è messo a capo.

Si tratterebbe di critiche appena credibili se non venissero da quelli che si erano dimostrati a dir poco indifferenti, quando non apertamente contrari, all’adozione del Piano per Gaza presidiato dal “Board of Peace” di cui ora fanno le mostre di rimpiangere le ambizioni originarie. La loro avversione, oggi strumentalmente articolata sulla eccessiva contaminazione trumpiana di quel dispositivo internazionale, era tale e quale dall’inizio: e cioè anche prima che fosse steso lo statuto di un Board dotato di poteri effettivamente gravitati sul presidente degli Stati Uniti. A dimostrazione del fatto che il gran collegio del boicottaggio del Piano di pace per Gaza non si è adunato per contestare “come” il “Board of Peace” agirebbe, ma per il fatto stesso che nascesse con quei compiti sulla base di una precisa premessa e in vista di un protocollo di attuazione altrettanto preciso.

La premessa era che Gaza costituiva, come costituisce, un rischio per la regione e per gli Stati circostanti: perché presenta una società pericolosamente radicalizzata e perché le organizzazioni terroristiche ancora vi esercitano il proprio potere. E proprio sulla scorta di tale premessa erano indicati i passi necessari per l’attuazione del Piano di ricostruzione: deradicalizzazione della Striscia e disarmo di quelle formazioni terroristiche. Era questo che non piaceva agli attuali e finti estimatori del “Board of Peace” che fu, in buona sostanza dei bugiardi scornati dall’unica risoluzione dell’Onu che non impacchettava il dossier su Gaza con tonnellate di carta sui crimini israeliani e sul vagheggiamento di uno Stato di Palestina pur che fosse, amen se governato da Hamas e pazienza se rivolto all’Intifada senza fine.

Il fatto che cinque Paesi abbiano dato la propria disponibilità a fornire truppe per la costituzione della Forza di Internazionale Stabilizzazione rappresenta un concretissimo contributo a confronto della chiacchiera sulla pace non si sa quando e non si sa come. Certo, occorrerà verificare come lavorerà, con quale competenza ed efficacia, la struttura cui è affidata la “distruzione e l’impedimento della ricostruzione delle infrastrutture militari, terroristiche e offensive” a Gaza (punto 7 della risoluzione del Consiglio di Sicurezza), ma è altrettanto certo che non farà più danno delle inerzie e delle complicità che hanno consentito a Hamas e alle altre sigle macellaie della Striscia di mantenere il proprio potere, innanzitutto a danno della popolazione palestinese che – ma soltanto a parole – si vuole sulla cima delle preoccupazioni legalitarie e umanitarie. Abbiamo visto bene, d’altra parte, qual è il mazzo di alternative caro ai critici del “Board of Peace”: le flottiglie imbandierate del tricolore palestinese e le requisitorie di Francesca Albanese. Le une e le altre – vedi la combinazione – graditissime da Hamas.