«Gli uomini si chiamavano per cognome, le segretarie per nome. C’era Bianca di Tortorella, Giovanna di Pajetta, Marina di Macaluso, Tamara e Bianca di Adriana Seroni, Mara di Reichlin…», ricorda Livia Turco. Erano “le compagne”, le segretarie dei dirigenti del Pci, a Botteghe Oscure soprattutto – quello che venne dopo è tutto meno leggendario – in quell’enorme palazzone che per decenni fu il luogo fisico del comunismo italiano. A quelle “compagne”, ragazze e donne generose e animate dalla “fede” nel Partito, è dedicato questo piccolo libro scritto da una di loro, Tamara Giorgetti (“Le ragazze di Botteghe Oscure”, Bordeaux Edizioni), e curato da Antonella Giorgetti, che ha appunto la commossa prefazione di Livia Turco e che contiene testimonianze di molte di loro.

Non era bella, vista oggi, questa faccenda di identificare una persona col cognome del dirigente. Ma anche questo simboleggiava un rapporto di totale devozione della compagna-segretaria al dirigente con cui lavorava. Spesso i “capi”, specie quelli più avanti con l’età, finivano per dipendere psicologicamente e praticamente dalla propria segretaria. Erano gli “angeli custodi” dei capi – alcuni dei quali erano figure effettivamente carismatiche – depositarie delle loro manie, responsabili delle loro agende che per un dirigente del Pci coincidevano con la vita. Ugo Pecchioli, per fare un nome tra i più noti, non avrebbe mai rinunciato a Tilde, “Tilde di Pecchioli”, appunto. Non c’erano orari. La compagna Oriana lavora fino alle due di notte per aspettare le ultime correzioni di Berlinguer a un suo discorso. Il segretario del Pci le si avvicina: «Lasciate riposare la compagna, non vedete com’è stanca?».

Ecco perché, nell’enorme mole di volumi sul Pci, anche queste storie minute di donne che nell’ombra fecero un pezzetto di storia di quel partito hanno un valore. Decine di aneddoti. D’Alema che gioca a carte col compagno Pirollo, della mitica “vigilanza”, e perde. «Ha culo», la sua diagnosi. Mentre quando vince lui «è classe». All’epoca aveva nemmeno 30 anni ma sembra quello di oggi. «Siamo state una parte importante di quel partito, una parte che ha lavorato molto, “ha faticato molto”, ha contribuito a farlo crescere – scrive Giorgetti – E allora perché scrivere un libro con un sottotitolo che ricorda che c’eravamo anche noi? Perché non si parla mai delle segretarie, mai, e la mia non è una recriminazione, è solo una descrizione di quello che è successo in quegli anni. Eravamo giovani e molto contente del nostro lavoro, eravamo convinte che fosse importante. Quante eravamo? Tante, tutte giovani, tutte brave, tutte motivate e tutte felici di lavorare lì, ci credevamo».

Orgogliose di passare le giornate in quel mitico palazzo – scrive Giorgetti – «edificato sui resti del Teatro Balbi e della Cripta Balbi. Nei sotterranei, dove erano le caldaie, si potevano ammirare i resti del Teatro Balbi, riportati alla luce e coperti con il vetro per proteggerli, noi potevamo vederli ma non si toccavano. L’interno del palazzo, ai piani, non era bellissimo, ma molto funzionale e grande. Con lunghi corridoi nei sei piani sui quali si aprivano gli uffici che ospitavano tutti i funzionari e i dirigenti che lavoravano stabilmente lì o quelli che venivano dalla periferia anche per fare esperienza». C’è in questo libro l’orgoglio di aver fatto un pezzettino di storia ma anche la sacrosanta rivendicazione di veder riconosciuto il ruolo delle “compagne segretarie”. Fu una parte del mitico “apparato” senza il quale il Pci non sarebbe stato il Pci. Sicuramente la parte più gentile.