Poche settimane, fa dopo l’approvazione della Legge di Stabilità 2026, la Premier Meloni ha dichiarato che “il 2025 è stato un anno difficile ma il 2026 lo sarà ancora di più”. Un convincimento ampiamente motivato perché, in realtà, assisteremo ad almeno sette emergenze che diventeranno davvero pesanti in questo anno appena iniziato. Elenco sinteticamente tali criticità: la serie di fattori esogeni che incideranno moltissimo sulla nostra crescita economica, mi riferisco solo ai danni prodotti dalle varie guerre presenti nel pianeta e, soprattutto, delle decisioni prese sui dazi e sull’ultima azione compiuta nei confronti del Venezuela e sulle possibili azioni nei confronti della Colombia, di Cuba e della Groenlandia.

Un residuo di circa 110 miliardi di euro di interventi

Ricordo che solo gli annunci hanno provocato nel campo della logistica mondiale danni superiori ai 30 – 40 miliardi di euro; la mancata spesa, entro il 31 agosto prossimo, delle risorse del PNRR; cioè un residuo di circa 110 miliardi di euro di interventi che, purtroppo, non saremo in grado di portare a termine per quella data. Senza dubbio la responsabilità di un tale risultato negativo è da addebitare ai Governi Conte e Draghi che avevano praticamente speso quasi nulla nei primi due anni (dei 230 miliardi di euro relativi al PNRR + PNC all’inizio dell’attuale Governo erano stati spesi 8 – 9 miliardi), in questi tre anni di Governo Meloni sono stati spesi oltre 98 miliardi di euro. Ma ricordo che nella storia dei Governi la colpa del passato conta sempre poco; il Piano Mattei. Il suo obiettivo era quello di “potenziare le iniziative di collaborazione tra Italia e Stati del Continente africano, al fine di promuovere lo sviluppo economico e sociale e di prevenire le cause profonde delle migrazioni irregolari”.

I progetti di collaborazione

I progetti di collaborazione sono relativi a sei aree: formazione, agricoltura, salute, acqua, energia e infrastrutture. Il Piano conta su una dotazione di 5,5 mld di euro. Per ora sono stati identificati 21 progetti. Tuttavia, solo per 9 è stato definito in modo preciso l’importo delle risorse da impegnare, per un totale di circa 600 milioni di euro, il Kenya è il principale destinatario (124 milioni di euro), seguito da Costa d’Avorio (64 milioni) e Mozambico (38 milioni). Quindi allo stato il Piano rimane solo una interessante iniziativa strategica; l’attuazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP). Ultimamente il Ministro Foti alla domanda di un giornalista se ci sono le risorse per dare attuazione ai Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) ha risposto: “Se non ci sono le risorse non si faranno le intese” e quindi non partirà la riforma dell’autonomia differenziata regionale.

Dopo questa dichiarazione nasce spontanea una domanda: quali sono le distanze attuali nella offerta delle prestazioni essenziali? La risposta è immediata: per quanto concerne la offerta di servizi socio – assistenziali si passa da 22 euro pro capite in Calabria ai 540 euro nella Provincia di Bolzano inoltre la spesa sociale del Sud è di 58 euro pro capite, mentre la media nazionale è di 124 euro. Faccio solo un esempio quello relativo al trasporto pubblico locale; in questo comparto lo Stato annualmente assicura una disponibilità di 5 – 6 miliardi di euro per il ripiano dei disavanzi delle società preposte alla gestione della mobilità; se si volesse rendere comparabile la offerta del Mezzogiorno e del Centro del Paese con quella del Nord occorrerebbe, per 12 anni, assicurare annualmente non 5 – 6 miliardi di euro ma 13 miliardi di euro; la riforma portuale.

La proposta del Governo prevede la Società Porti d’Italia che “agisce come soggetto nazionale unico ed il suo compito primario è la realizzazione degli investimenti infrastrutturali strategici e degli interventi di manutenzione straordinaria così come individuati dal decreto ministeriale e finanziai attraverso l’accordo di Programma”. A mio avviso questa Società, che in fondo rappresenta l’elemento più innovatore del Disegno di Legge, smorsa le concorrenzialità fra le varie realtà portuali ed interportuali, smorsa le concorrenzialità fra i vari HUB logistici del Paese e, soprattutto, non tiene conto dei cambiamenti, delle rivoluzioni che hanno caratterizzato “la nostra offerta portuale”; dimenticando che in realtà non è più “nostra” ma fa parte integrante di un sistema che supera ogni interpretazione miope di “confine geografico ed economico”. Un Disegno di Legge quindi che sarà soggetto ad un confronto non facile; il Referendum sulla giustizia; senza dubbio sarà un’altra possibile verifica sulla rilevanza di ciò che chiamiamo “campo largo”; in fondo la vittoria del “No” testimonierebbe un rilevante pericolo per l’attuale maggioranza nelle elezioni del 2027.

Occorre, quindi, una attenta gestione della campagna referendaria da parte di tutti gli schieramenti politici della maggioranza; allo stato questa coscienza della rilevanza del risultato da parte della coalizione di Governo non si evince; ll centro siderurgico di Taranto vive da sette anni, dopo cioè i gravi errori commessi dai Governi Conte 1, Conte 2 e Draghi, una delle agonie più tragiche di una componente chiave del nostro sistema industriale. Una agonia che, purtroppo, come più volte anticipato da miei articoli, è un’agonia che produce una vera bomba sociale: la perdita di circa 25.000 unità lavorative.

Ho detto prima che senza dubbio la responsabilità ricade sui Governi Conte e Draghi, ma non posso non ribadire che anche l’attuale Governo non ha capito che il salvataggio di questa tessera chiave della nostra economia era possibile solo con un intervento finanziario rilevante e non con “elemosine” trimestrali di 150 – 200 milioni di euro. Non credo che la soluzione portata avanti dal Fondo d’investimento americano Flacks fornisca adeguate garanzie di funzionalità dell’impianto. Ebbene, queste sette criticità sicuramente caratterizzeranno il 2026; un anno in cui l’attuale maggioranza parlamentare dovrà portare a termine, come detto prima, il bilancio di una Legislatura che, in un modo che definirei storico, ha gestito in piena sintonia raggiungendo così forse il risultato più apprezzabile: una consolidata stabilità.

Concludo precisando che la lungimiranza della Premier Meloni nell’annunciare le pesanti difficoltà del 2026 sono ampiamente condivisibili e per questo forse la Premier farebbe bene a trasferire alla Presidenza del Consiglio l’approccio su tali emergenze che, ripeto, peseranno moltissimo sul bilancio di questa esperienza di centro – destra.