Le riflessioni sull’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla professione legale destano un’impressione netta: che il dibattito si polarizzi esclusivamente tra chi, temendone gli usi impropri (viene in mente l’avvocato pasticcione che farcisce gli atti di citazioni false e varie allucinazioni), vorrebbe limitarne la diffusione, e chi, affascinato dalle vertiginose possibilità del nuovo strumento, intende invece sostituire la figura paludata dell’avvocato con il suo golem informatico. Questa frattura ricalca quella tra populisti appassionati e tecnocrati distaccati che Frank Pasquale, nell’introduzione a New Laws of Robotics, pone al cuore della crisi democratica dell’expertise, e che si cura, secondo l’autore, in un solo modo: «Dare maggiore potere ai professionisti locali».

Mi sembra che questa indicazione punti in una precisa direzione, che non è né quella delle grandi law firm né quella dei professionisti individuali, cui difetta la massa critica, bensì quella degli studi, piccoli e medi, detti boutique. Attori rilevantissimi per mole di incarichi e responsabilità, eppure ai margini del dibattito, mentre, attestano rilevazioni recenti, almeno negli Usa già il 75% di tali studi adopera strumenti di IA, spesso di tipo consumer. Per decenni certi incarichi – ad esempio le grandi due diligence, il contenzioso massivo, l’analisi di migliaia di pagine di documenti – sono rimasti appannaggio di chi poteva schierare interi reparti di professionisti. Il collo di bottiglia dimensionale può oggi essere rimosso dagli strumenti di IA, che promettono flussi di lavoro più ordinati e prodotti più coerenti e schiudono perciò nuovi segmenti di mercato a studi di dimensioni più contenute.

Alla presa di coscienza – la possibilità di espandere il bacino degli incarichi – deve però accompagnarsi una presa di responsabilità. Come ben individuato in un saggio di O. Garibay, l’uso dell’IA impone di confrontarsi con alcune sfide fondamentali, tra cui il rispetto della privacy, l’appropriatezza della governance di tali strumenti e la tutela delle capacità cognitive umane. Su queste si innesta un’ulteriore sfida, definitoria del lavoro dell’avvocato: il rispetto della fiducia del cliente. Questa sfida si gioca su almeno tre piani. Il primo è la riservatezza del rapporto tra cliente e difensore. Non è un caso che le avvocature occidentali, da Washington a Berlino, pongano agli iscritti il medesimo compito: sincerarsi di dove vadano a finire i dati consegnati agli strumenti di IA. Il secondo è la tutela del sapere artigianale. Va preservato sia in senso ascendente, evitando di consegnare il proprio know-how fatto di atti, pareri e modelli contrattuali all’addestramento di sistemi su cui non si esercita un controllo effettivo, sia in senso discendente, vigilando sull’output e misurandolo sul metro del proprio mestiere. Il terzo, e forse più importante, è il rispetto dell’insostituibilità della figura umana dell’avvocato. Il tempo liberato automatizzando attività seriali va restituito al cliente in riflessione strategica, cura dell’argomentazione e, soprattutto, ascolto e contatto costante: i tratti che connotano uno studio boutique.

Se gli studi boutique sapranno affrontare queste sfide e rimuovere gli ostacoli – l’esiguità dei budget informatici, la diffidenza verso lo strumento – che ancora impediscono un uso diffuso, consapevole e rispettoso delle regole legali e deontologiche, si saranno riappropriati di quel potere di cui parlava Pasquale.