Nel sud del Libano si sta consumando qualcosa di più di una crisi regionale: è una frattura dell’ordine internazionale che investe direttamente l’Europa. Hezbollah rappresenta il paradigma più pericoloso. Non è una semplice forza politica libanese, ma una milizia armata, ideologicamente e militarmente sostenuta dall’Iran, che utilizza il territorio del Libano come piattaforma offensiva permanente contro Israele.

La morte dei caschi blu, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe legata proprio a ordigni piazzati da Hezbollah: un fatto che, se confermato, certifica il disprezzo totale per ogni norma internazionale. In questo contesto, l’azione di Israele non può essere letta con le lenti deformanti di certo moralismo europeo. Il governo guidato da Benjamin Netanyahu ha reagito a una minaccia concreta, persistente e sistemica. Difendersi da un’organizzazione che accumula arsenali missilistici al confine e che agisce come proxy iraniano non è solo un diritto: è un dovere sovrano. Le dichiarazioni del ministro Israel Katz, che evocano la creazione di una fascia di sicurezza fino al fiume Litani, delineano una strategia chiara: impedire che il sud del Libano resti una zona franca del terrorismo. È una scelta che apre interrogativi giuridici e politici, ma che va compresa alla luce di una realtà spesso rimossa: Israele è oggi la prima linea di difesa contro l’espansione del terrorismo islamista nel Mediterraneo.

Il punto centrale è proprio questo. Senza Israele, l’Europa sarebbe esposta in modo diretto a una minaccia che oggi resta, almeno in parte, contenuta. Hezbollah non è un attore isolato, ma parte di un sistema geopolitico che include Teheran e le sue proiezioni regionali. L’instabilità del Libano, aggravata dall’incapacità dello Stato di esercitare il controllo sul proprio territorio, crea un vuoto che queste forze riempiono sistematicamente. Il Libano è, a tutti gli effetti, uno Stato fragile, quasi fallito. L’esercito regolare evita lo scontro con Hezbollah, mentre le istituzioni civili sono paralizzate.

In questo scenario, parlare di sovranità libanese senza affrontare il nodo della presenza armata di Hezbollah significa ignorare la realtà. Per l’Europa, e in particolare per Paesi come Italia e Francia, la posta in gioco è altissima. Non si tratta solo della sicurezza dei contingenti impegnati in Unifil, ma della stabilità dell’intero Mediterraneo. Un collasso definitivo del Libano significherebbe aumento della pressione migratoria, espansione dell’influenza iraniana e ulteriore destabilizzazione regionale. Ecco perché la richiesta di rivedere le regole d’ingaggio della missione Onu è non solo legittima, ma necessaria. Operare sotto il Capitolo VI della Carta Onu, con un mandato di peacekeeping tradizionale, in un contesto di guerra ibrida è una contraddizione evidente. La neutralità, in assenza di condizioni minime di sicurezza, si trasforma in vulnerabilità.

L’Italia, che guida il contingente, ha colto questa contraddizione e propone un approccio riformista: rafforzare il mandato, avvicinandolo a una logica di peace enforcing. È una posizione coerente con una visione europea della sicurezza che non può più permettersi ambiguità. In questo quadro si inserisce anche la posizione degli Stati Uniti e del presidente Donald Trump, che ha ribadito la necessità di contenere l’Iran anche sul piano strategico, evocando misure drastiche come la riapertura forzata dello Stretto di Hormuz. È una linea che può apparire dura, ma che riflette una consapevolezza spesso assente in Europa: senza deterrenza, il diritto internazionale resta lettera morta.

Le recenti operazioni israeliane contro infrastrutture iraniane confermano che il conflitto ha ormai una dimensione regionale. Non si tratta più solo di Libano o Gaza, ma di un confronto più ampio tra modelli di ordine internazionale: da un lato, quello basato su regole e alleanze; dall’altro, quello fondato sulla forza e sulla destabilizzazione. Difendere Israele, in questo contesto, non significa rinunciare a una valutazione critica delle sue scelte. Significa riconoscere un dato di fatto: nella lotta contro il terrorismo islamista e contro i suoi sponsor statali, Israele svolge un ruolo essenziale per la sicurezza occidentale.

Se la comunità internazionale non è in grado di proteggere nemmeno i propri peacekeeper, il messaggio sarà devastante. E se l’Europa continuerà a oscillare tra neutralismo e ambiguità, rischierà di diventare irrilevante. La scelta è chiara: stare dalla parte del diritto, ma con la forza necessaria per difenderlo. In questo equilibrio difficile, Israele non è il problema. È parte della soluzione.