Lasciamo per un momento da parte l’attuale inquilino della Casa Bianca. Trump va “maneggiato con cura”: quel che dice stamattina o stasera molto probabilmente non varrà più, il personaggio è fatto così e lasciamo agli psicanalisti anche ogni valutazione sulla sua instabilità, che dimostra egregiamente di cavalcare ogni giorno.

Fatto sta che gli Usa hanno fatto un passo indietro, deludendo le aspettative di quei poveri ragazzi e ragazze che hanno manifestato a costo della vita per sollevare il loro popolo dal giogo degli ayatollah. “Tranquilli, stiamo arrivando”, aveva detto l’illusionista Trump nelle ore in cui la rivolta di piazza infiammava un Paese allo stremo. Ma alla fine non è arrivato un bel nulla, e i persiani stanno ancora aspettando.
Ma guardare al presente senza avere memoria del passato rimane sempre un grave errore. Poco si parla delle responsabilità che quasi tutte le amministrazioni americane hanno sulle spalle rispetto all’Iran oppresso dalla teocrazia più nera, più barbara e più medievale, che oggi fa concorrenza ai talebani in Afghanistan. Dobbiamo invece ricordarci di quello che ha fatto – anzi meglio: non ha fatto – il tanto osannato Obama.

Cominciamo da lui: il suo rapporto con l’Iran è stato esclusivamente impostato dall’Accordo sul nucleare (JCPOA) del 2015, frutto di anni di negoziati per limitare il programma atomico iraniano in cambio della revoca delle sanzioni, considerato un passo cruciale verso la pace regionale, nonostante le tensioni persistenti e il ritiro successivo da parte dell’amministrazione Trump. Tutto inutile, il regime iraniano ha continuato ad alimentare l’uranio, facendo “marameo” agli Usa e a tutta la comunità internazionale. I soli ad aver capito quanto grave fosse la situazione, lo scorso anno, sono stati gli israeliani. Dunque Obama non ha mai dedicato un minuto dei suoi preziosi due mandati alla liberazione degli iraniani dalla follia dei suoi governanti, privilegiando la ragion di Stato del quieta non movere. George Bush Jr, un altro fallimento. La caduta del regime iracheno nel 2003 ha inevitabilmente fatto un favore enorme alla teocrazia di Teheran, rafforzando l’influenza regionale dell’Iran, nonostante i tentativi di contenimento da parte dell’amministrazione statunitense. Con buona pace, anche qui, dei diritti civili calpestati, delle esecuzioni sommarie di chiunque si opponesse al regime: zero.

Ma il vero artefice di un disastroso capolavoro di inettitudine fu Jimmy Carter. Come ha bene evidenziato Marco Bardazzi sul Foglio, “la figura di Jimmy Carter emerge in parte come corresponsabile degli eventi, in parte come vittima politica della caduta del regime dello scià e dell’ascesa dell’ayatollah Khomeini. Le colpe di Carter risiedono soprattutto nell’incertezza nel prendere posizione sulla questione iraniana”. Ma il governo degli Stati Uniti non può essere messo nelle mani dei pavidi. Carter si voltò dall’altra parte, dando in pasto agli ayatollah il popolo iraniano. Miope, indeciso, altalenante, dovette subire così anche l’umiliazione degli ostaggi americani, con il finale che conosciamo: vincendo la timidezza politica (che era poi la sua cifra) il presidente decise allora di imporre un embargo di armi all’Iran, premessa al successivo scandalo Irangate-Contras che coinvolse e non risparmiò nemmeno Ronald Reagan.

Fin qui gli Stati Uniti. E l’Europa? In tanti dimenticano (o fingono di non ricordare) le nostre responsabilità, profonde e gravi, rispetto al disastro seguito alla caduta dello scià Reza Pahlevi. L’Europa chiuse gli occhi, come spesso accade: e fu l’inizio della tragedia. L’immagine più plastica che inchioda tutti noi europei a questa grave responsabilità è nell’immagine di Khomeini che viene fatto salire con tutti gli onori che si devono a un capo di Stato e poi – una volta atterrato il volo della Air France – scortato e sorretto sulla scaletta con dolcezza e cura dal comandante dell’aereo fino a toccare il suolo iraniano. Una scena accompagnata da manifestazioni di giubilo di gran parte delle cancellerie europee, oltre che dai soliti “rivoluzionari” di certa sinistra italiana. Applausi e consensi che oggi pesano anche sulla nostra coscienza. E suonano come una condanna a morte per il libero, laico popolo iraniano.

Giuseppe Crimaldi

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