Esteri
Maduro cade e Teheran inizia a tremare: Khamenei si prepara a fuggire da Putin
L’operazione statunitense a Caracas ha fatto suonare diversi campanelli d’allarme. E uno di questi, forse il più importante, ha fatto tremare i palazzi del potere in Iran. Dopo il blitz in Venezuela e l’immagine di Nicolas Maduro catturato dalle Delta Force e condotto in carcere negli Usa, la sensazione è cha da Washington sia arrivato un avvertimento a tutti i nemici. E il primo a saperlo è l’ayatollah Ali Khamenei. Secondo il Times, la Guida Suprema si starebbe già preparando allo scenario peggiore, cioè il crollo del regime.
Khamenei si prepara a fuggire da Putin
L’idea del leader iraniano è quella di fuggire a Mosca insieme alla sua famiglia e ai più stretti collaboratori. E secondo il quotidiano britannico, i fedelissimi di Khamenei avrebbero già iniziato a mettere in atto il piano partendo dalla raccolta di denaro e proprietà all’estero. Un’exit strategy identica a quella messa in atto da Bashar al Assad quando i ribelli guidati da Ahmed al Sharaa presero Damasco. E il presidente siriano, insieme alla sua famiglia, ora vive in un esilio dorato sotto l’ala protettrice di Vladimir Putin. La situazione in Iran non ricalca in tutto quella della Siria prima del crollo del regime. Ma la Repubblica islamica sa che quella in atto può trasformarsi in una tempesta perfetta.
Scontri e manifestazioni in diverse città
Le proteste per il crollo del riyal, il carovita e la pesante crisi economica non si sono placate. Anche ieri vi sono stati scontri e manifestazioni in diverse città. Secondo la ong Human Rights Activists in Iran (Hrai), con sede negli Stati Uniti, negli scontri sarebbero morti tre minorenni. Quaranta, invece, sono i ragazzi arrestati che hanno meno di 18 anni. E nel complesso, sarebbero almeno 20 le persone uccise durante le proteste, con 900 arresti in tutto il Paese. Dall’interno del regime, non tutte le voci appaiono granitiche. Dopo che il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, aveva parlato della necessità di ascoltare le richieste dei manifestanti, ieri, sulla stessa linea si è schierato il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf. “Le loro proteste sono giustificate e ogni sforzo deve essere fatto per creare stabilità economica. Il governo è determinato e speriamo che le legittime richieste dei manifestanti vengano soddisfatte attuando le misure adottate”, ha spiegato Qalibaf, ricordando che “un Iran unito e forte è l’incubo del nemico”. Diversi, invece, i toni usati dal capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni Ejei, che pur ricordando la legittimità delle proteste per motivi economici, ha avvertito che non vi sarà “alcuna clemenza” nei confronti dei “rivoltosi”. “La Repubblica islamica ascolta i manifestanti e i critici e li considera distinti dai rivoltosi”, ha aggiunto. Ma è chiaro che su questa distinzione si apre un’enorme zona grigia fatta di repressione e condanne.
I sospetti si dirigono in Israele
I sospetti, all’interno dei corridoi del potere, si dirigono soprattutto in Israele, considerato il principale sostenitore esterno delle proteste. Molti ministri del governo israeliano hanno apertamente sostenuto via social le proteste contro il regime. Il premier Benjamin Netanyahu ha confermato il pieno supporto alle rivolte, e alla Knesset ha parlato di un possibile “momento cruciale”. In questi giorni, i media iraniani continuano a rilanciare notizie di arresti di presunti agenti del Mossad infiltrati nelle manifestazioni.
Raid contro il programma nucleare
Il portavoce del ministero degli Esteri della Repubblica islamica, Esmail Baghaei, ha accusato apertamente lo Stato ebraico di volere “sfruttare ogni minima opportunità per seminare divisione e minare l’unità nazionale dell’Iran”. E a Teheran sanno che questa preoccupazione si unisce a un’altra, ancora più concreta: una possibile nuove ondata di raid contro gli impianti del programma nucleare e del programma missilistico. Secondo il quotidiano libanese al-Akhbar, Netanyahu e Donald Trump si sarebbero accordati in Florida per una nuova operazione qualora non vi sarà lo stop ai due programmi militari. E Bibi ieri è stato di nuovo chiaro: “Non consentiremo all’Iran di ricostruire la sua industria missilistica balistica e certamente non gli permetteremo di rinnovare il suo programma nucleare”.
© Riproduzione riservata







