Politici e lavoratori insieme
Manovra, il gioco delle parti di Meloni e Schlein: ma serve un nuovo patto sociale fondato su responsabilità e sviluppo
La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, sta incontrando imprese e lavoratori per la manovra di bilancio. Poi lo rifarà la Presidente Meloni. È un rituale antico della politica: chi governa difende le proprie scelte, chi si oppone chiede di più. Il gioco delle parti continua, alimentato da interessi legittimi ma spesso divergenti. Ma oggi non basta più “ascoltare” o proporre di distribuire meglio e di più: bisogna dare una nuova direzione al Paese. Vive da tempo sopra le proprie possibilità. L’Italia ha bisogno di crescere, di riallineare la realtà alle proprie ambizioni.
Anche nella maggioranza la discussione non cambia tono: si invoca prudenza nei conti pubblici e si vuole rispettare i limiti fissati dall’Europa. Ma poi riaffiora la tentazione di spendere, di promettere, di accontentare tutti. Tuttavia, sul fronte del lavoro, il governo ha imboccato la strada giusta. Ha ridotto le tasse sugli aumenti contrattuali e sui premi di produttività, ha alleggerito il carico fiscale su straordinari e salari più bassi, ha ritoccato le aliquote. In totale, quattro miliardi destinati ad aumentare il reddito reale dei lavoratori. Un segnale di serietà: si premia chi produce e chi lavora. Ma quei miliardi non arrivano da un’economia in salute, bensì dagli utili straordinari delle banche. Con un PIL inchiodato da due anni allo zero e la spinta artificiale del PNNR ormai alla fine, si prospetta la recessione. Da troppo tempo si distribuisce denaro a debito, drogando la realtà e rimandando il conto. Le parti sociali dovrebbero smettere di chiedere “quanto mi dai oggi” e pretendere una visione: come far crescere il reddito del Paese, non il suo debito.
Serve un Patto Sociale nuovo, fondato sulla responsabilità e sullo sviluppo. Un patto che insegni a risparmiare su ciò che è superfluo per investire su ciò che genera valore: energia, scuola, infrastrutture, giustizia, innovazione, concorrenza. Sono i campi nei quali l’Italia arretra mentre i concorrenti avanzano. Tornare competitivi significa tagliare sprechi e duplicazioni istituzionali, ridurre il peso dello Stato inefficiente, premiare il merito e non la rendita. Finora il consenso politico è stato comprato con l’indebitamento e con la resa ai poteri di rendita, gonfiando burocrazie e apparati pubblici. È tempo di cambiare rotta. Non possono coesistere sviluppo e “nimby”, modernità e statalismo, libertà economica e assenza di concorrenza. Né possiamo pretendere sicurezza e sovranità restando una provincia. La sovranità, oggi, passa per l’Europa federale: il resto è illusione.
Landini potrà pure convocare l’ennesimo sciopero. Ma chi davvero rappresenta lavoro e impresa dovrebbe sedersi al tavolo – con governo e opposizioni – non per chiedere quello che nessuno potrà dare, ma per costruire insieme una strategia di crescita. Solo quando smetteremo di domandare “cosa ci date oggi” e inizieremo a chiederci “cosa facciamo insieme per domani”, allora sì, il cambiamento sarà finalmente possibile.
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