"Giurista illuminato"
Melillo ricorda la lezione di Siniscalchi: “Maestro di vita, il caso Tortora ci impone una riflessione sui mali generati dalla generazione del rapporto tra giustizia e informazione”
Vincenzo Siniscalchi si batteva contro i rischi di una deriva etica della giustizia Oggi la società si nutre dei frutti avvelenati di un processo penale che può trasformarsi in una “macchina di immoralità”
Pubblichiamo stralci dell’intervento di Giovanni Melillo, Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, tenuto a Napoli lo scorso sabato 28 febbraio, in occasione della cerimonia di scoprimento del busto di Vincenzo Maria Siniscalchi.
Ricordare Vincenzo Maria Siniscalchi in un’occasione come questa significa assumere una responsabilità insieme personale e istituzionale. Personale, perché il suo ricordo si intreccia con la vita di molti di noi; istituzionale, perché l’affetto si unisce al dovere di ricordare quanto il suo infaticabile impegno abbia segnato le istituzioni democratiche di questo Paese. Oggi rendiamo omaggio a un uomo di straordinaria cultura, di pacata saggezza e di eccezionale versatilità. Un autentico maestro, protagonista di mille avventure culturali e di coraggiose campagne civili, che non ha mai abbandonato un’idea mite della promozione della giustizia. Nulla, forse, più della sua ironia restituisce l’equilibrio che Siniscalchi conservò sempre, sospeso tra un’indomabile passione civile e una profonda sensibilità umana. Quando Marinella mi ha chiesto di ricordarlo dinanzi al busto che da oggi lo immortala, posto significativamente di fronte a quello del padre, ho avvertito subito il peso di questo compito. È una responsabilità che sento da magistrato: devo dar conto del debito di gratitudine che chiunque lo abbia avuto come interlocutore sa di avere nei suoi confronti. Un debito proporzionale all’ammirazione nutrita da tutta la magistratura per un grande avvocato, la cui parola pesava profondamente nella formazione delle nostre decisioni.
(…) La sua visione delle vicende umane affrontate nel processo penale era guidata da una sensibilità narrativa fuori dal comune, che l’amore per l’arte e per la letteratura gli consentiva di governare magnificamente. Ecco perché l’ascolto delle sue storiche “arringhe” metteva al riparo dal suono fastidioso dei puri esercizi retorici, rivelandosi un’aperta sfida a ogni precomprensione dei fatti. Le sue arringhe erano costruzioni colte e raffinate, capaci di restituire luce alle storie di uomini e donne che entrano nel processo, un luogo in cui è facile smarrire il valore irripetibile delle vite e dei sentimenti. Esercitare la difesa significava per lui impegnarsi a custodire testardamente la dignità delle persone. Lo faceva miscelando saperi giuridici e letterari, rendendosi prezioso per aiutare i giudici a orientarsi in vite trascinate talvolta da oscure trame, ma molto più spesso dal puro caso. La sua ironia, sapientemente scanzonata ed elegantemente autorevole, non risultava mai tagliente o aggressiva. Era un’arma profondamente umana per alleggerire le tensioni e restituire la giusta dimensione alle situazioni complesse. Letteratura, cinema, teatro e idealità politica erano l’orizzonte in cui il suo diritto trovava profondità e senso, riuscendo a misurare il reale valore delle fragilità umane.
Ricordare Siniscalchi significa attraversare una lunga stagione della vita giuridica italiana, di cui divenne protagonista nel consolidamento della democrazia repubblicana. Negli anni sanguinosi del terrorismo fu estremo difensore degli spazi di legalità, essenziali alla tutela dei diritti fondamentali che l’Italia seppe garantire rifiutando le leggi straordinarie, come ricordato di recente dal Presidente della Repubblica per l’anniversario dell’uccisione di Vittorio Bachelet. Leggendo le sue memorie e gli atti di processi storici, come quello a Petra Krause – accusata di aver fornito armi alle Brigate Rosse – si ritrova intatta la passione democratica di un grande intellettuale votato alla giustizia. La medesima passione caratterizzò il processo contro la Nuova Camorra Organizzata, che vide l’ingiusta condanna in primo grado di Enzo Tortora. Una vicenda processuale amara, alimentata da una perversa combinazione di chiusure cognitive, errori giudiziari e inciviltà mediatiche. Quella vicenda resta una pietra di paragone sui rischi di deriva etica della giustizia e di una società che si nutre dei frutti avvelenati di un processo penale che può trasformarsi in “una macchina di immoralità”. È una vicenda che ci interroga ancora oggi, imponendo una riflessione sui mali generati dalle arroganti degenerazioni del rapporto fra giustizia e informazione. Una riflessione che magistratura e avvocatura dovrebbero condurre insieme, consapevoli che quelle degenerazioni oggi si intrecciano con il confluire nei processi di enormi e opache masse di dati personali riservati.
Anche quella temperie fu attraversata da Siniscalchi con sguardo limpido e coraggio. La stessa passione lo condusse, tempo dopo, alla Camera dei deputati e al Consiglio superiore della magistratura. Lì diede prova di non amare la retorica della politica, agendo concretamente per difendere l’autorevolezza delle istituzioni. La presenza in quest’Aula di Luciano Violante offre la misura della stima e del rispetto reciproco propri di quella vita parlamentare. Siniscalchi credeva che diritto e politica dovessero dialogare, nel rigoroso rispetto dei ruoli e della comune responsabilità verso la democrazia. Sapeva che la credibilità delle istituzioni dipende soprattutto dalla qualità culturale e morale delle persone chiamate a servirle. Non rinunciò mai all’autonomia critica della grande avvocatura napoletana, orientandola però sempre alla ricerca degli equilibri e al dialogo.
Era persuaso che la forza delle istituzioni non riposasse sulla rigidità, ma nella capacità di ascolto, nella mediazione ragionevole e nella costruzione paziente di decisioni ampiamente condivise. Non è esattamente ciò a cui assistiamo oggi, osservando i danni alla fiducia collettiva causati dalla costante alimentazione polemica. Vincenzo ci avrebbe costretto a meditare sul valore e sul rigore delle parole nella discussione pubblica, perché dallo scadimento di quelle forme dipende la qualità della vita democratica e della funzione di garanzia del processo. Governava magistralmente l’arte della parola, aiutandoci a evitare gli abissi dell’intolleranza che si aprono quando la giurisdizione dimentica di non essere un potere “buono”, ma un potere in sé terribile, persino odioso, come insegna la tradizione illuministica di cui era fiero interprete. Un potere che ha bisogno di rinnovare ogni giorno la propria legittimazione attraverso le regole e la fiducia. La sua ironia diventava amara solo di fronte all’arroganza di chi nutre visioni del mondo intrise di rancore, estinguibile solo con scorciatoie autoritarie.
Concludo ricordando il suo profondo amore per Marinella, per Alessia, Francesca e per l’intera sua famiglia, cuore della sua umanità. Ricordare Vincenzo Siniscalchi significa, in definitiva, ricordare un uomo che ha attraversato innumerevoli stagioni della vita pubblica italiana mantenendo coerenza e indipendenza. A un giornalista che gli chiedeva se gli piacesse la vita, rispondeva semplicemente: “Non so se mi piace, ma non sono mai stanco di viverla“. Non esistono parole migliori per descrivere un’esistenza così lunga, intensa e generosa.
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