Esteri
Meloni in Asia tra Oman, Corea e Giappone. La sicurezza del Pacifico passa da Takaichi
Comincia la missione diplomatica di Giorgia Meloni in Asia. Il Presidente del Consiglio si dirige in Oman ma farà tappa anche in Corea del Sud e Giappone per i vertici con il presidente Lee e la premier nipponica Sanae Takaichi.
In occasione dei 160 anni di relazioni bilaterali tra Italia e Giappone, Meloni e Takaichi, in una dichiarazione congiunta, eleveranno le relazioni tra Roma e Tokyo a livello di Partenariato Strategico Speciale e daranno forma ai primi obiettivi del Piano d’Azione Italia-Giappone 2024-2027. Al centro della cooperazione, economia, sviluppo, tecnologie e sicurezza geopolitica, con un Giappone rinvigorito dalla sua nuova leadership. Dopo l’abulica palude centrista di Shigeru Ishiba il Giappone ha cambiato pelle. Dall’omicidio dello statista Abe, nel luglio del 2022, Tokyo aveva perso centralità nel complesso scacchiere geopolitico globale.
Con l’ascesa della “Lady di ferro del Giappone” Sanae Takaichi, definita da Forbes “la terza donna più potente al mondo” (perfino un gradino sopra Giorgia Meloni), il Giappone sembra tornato key-player nell’Indo-Pacifico. Nel solco tracciato proprio da Shinzo Abe, la nuova leadership riconosce l’importanza di un mondo multipolare e con esso le relative sfere d’influenza. Così il Giappone è tornato alla storica rivalità con la Cina, i cui dissapori affondano le proprie radici nei turbolenti anni del Kurai Tanima, “la valle oscura”, il decennio che spinse Tokyo verso la guerra contro il Dragone, l’occupazione di Nanchino, l’abbraccio mortale tra le potenze dell’Asse e la successiva Guerra nel Pacifico. Braciere della discordia, che potrebbe vedere divampare un conflitto su larga scala, è proprio l’autonomia strategica, geopolitica ed economica di Taiwan, l’isola dei semiconduttori sospesa tra velleità di autonomia e gli antichi echi del Kuomintang della Cina nazionalista di Chiang Kai-Shek.
Pechino ha promesso una definitiva riunificazione delle due Cine attraverso il discorso di fine anno di Xi Jinping, mentre Takaichi, nel novembre scorso, era stata lapidaria nel definire qualsiasi aspirazione militare di annessione o occupazione del territorio taiwanese come una minaccia alla sicurezza nipponica. Sanae Takaichi è infatti un volto indiscusso dell’ala nazionalista di destra del Partito Liberal-Democratico, legata alla Nippon Kaigi, ai retaggi della grandezza dell’Impero del Sol Levante e sostenitrice dell’eredità del Santuario Yasukuni. Non sorprende in tal senso che il Giappone miri, questa volta definitivamente e con il benestare degli Stati Uniti di Trump, a riscrivere l’art. 9 della propria Costituzione che vieta forze armate al di fuori di quelle di “autodifesa”. Una scoria dell’occupazione statunitense del Giappone fortemente voluta dallo “shogun” MacArthur per evitare revanscismi dopo la resa nella Seconda Guerra Mondiale. Il riarmo nipponico, per decenni definito quasi un “tabù”, rafforzerebbe l’asse transatlantica e occidentale in una regione, l’Indo-Pacifico, in cui lo spettro dei due blocchi da “Guerra Fredda” sopravvive a causa di Cina e Corea del Nord.
Il Ministero degli Affari Esteri di Pechino attraverso l’Associazione cinese per il controllo degli Armamenti e il Disarmo (CACDA) ha pubblicato un rapporto denominato “Le ambizioni nucleari di destra del Giappone, una seria minaccia per la pace mondiale”. Il rapporto, presentato dal relatore Mao Sing, ha definito il riarmo nucleare di Tokyo come una minaccia globale. Al di là di ogni grottesca velleità propagandista della Cina di Xi Jinping, l’abbandono dei celebri “Tre principi non nucleari” di Eisaku Sato sembra inaugurare una nuova fase di corsa alla leadership sul Pacifico. Non mancano le incognite, dal momento che il Giappone è stato teatro del crimine di guerra dell’atomica. Perfino nel principale partito conservatore di governo si aggirano le voci scettiche sul possibile riarmo nucleare (in primis dall’ala di centro-destra moderata dell’ex Premier Fumio Kishida, vicino per questioni familiari al dramma degli hibakusha ed eletto a Hiroshima).
Tra gli spettri di Hiroshima e le nuove minacce sul Pacifico, l’Impero del Sol Levante si è avvicinato anche all’India di Narendra Modi, partner economico e politico privilegiato del governo Meloni. Sebbene la stessa India sia definita da molti “l’eterna incompiuta della globalizzazione” oggi è un ponte tra BRICS e Occidente, oltre che una potenza demografica inarrestabile. Il fulcro della collaborazione tra Tokyo e Nuova Delhi unisce economia, infrastrutture e soprattutto sicurezza. I due leader, a margine del G20, avevano sottolineato l’importanza di realizzare un Indo-Pacifico “libero e aperto”. È ormai lapalissiano come la sicurezza dell’Indo-Pacifico stesso passi ormai dal Giappone di Sanae Takaichi. Il viaggio in Asia della premier italiana è l’ennesima grande intuizione di una Meloni sempre più dinamica e pragmatica a livello internazionale.
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