Una mossa a sorpresa. Un blitz diplomatico che ha avuto come prima tappa Gedda, in Arabia Saudita, ma che prevede incontri anche i massimi rappresentanti di Emirati Arabi Uniti e Qatar. La premier Giorgia Meloni ha deciso di accelerare sul fronte energetico, per rassicurare l’opinione pubblica italiana ma anche le imprese, preoccupate da una guerra che sta infiammando il Medio Oriente ma che mette soprattutto a rischio il flusso di gas e di petrolio.

Per Palazzo Chigi si tratta di una missione fondamentale. A livello economico, per blindare la sicurezza energetica del Paese. Ma anche sul piano diplomatico: questa è la prima visita nella regione di un leader dell’Unione europea, del G20 e della Nato dall’inizio del conflitto. E oltre a confermare i legami con queste petromonarchie, per Meloni ci sarà anche la possibilità di sondare il terreno sia sul futuro della guerra, sia sul percorso negoziale che sembra già arrivato a un punto morto. Il conflitto, infatti, non lascia intravedere spiragli di pace. E anzi, la situazione sul campo di battaglia appare molto complessa. Ieri, le forze iraniane hanno abbattuto due caccia americani mentre sorvolavano la provincia di Kohkilouyeh e Boyer-Ahmad, 500 chilometri a sud-ovest di Teheran. Il Pentagono ha fatto partire immediatamente una missione per cercare i piloti (tre sono stati recuperati dopo poche ore, il quarto è attualmente disperso). In precedenza la Repubblica islamica ha messo una taglia sui membri dell’equipaggio e la polizia ha diramato un comunicato chiedendo di consegnarli per “ricevere un premio prezioso” e ha avvertito che nessuno doveva permettersi di “maltrattarli”.

Del resto, l’abbattimento di un caccia e il rischio della cattura di militari Usa possono diventare un enorme strumento di propaganda nelle mani dell’Iran, ma anche una leva negoziale con Donald Trump. E per il presidente Usa, già corroso dal consenso in calo, la questione è spinosa. Il tycoon aveva detto che in questi giorni avrebbe inferto colpi molto duri all’Iran per chiudere la partita entro due o tre settimane. Ma ora, Casa Bianca e Pentagono devono fare i conti non solo con il quarto F-15E abbattuto dall’inizio del conflitto (il primo sul Paese nemico), ma anche con un quadro molto più difficile di quanto preventivato da Trump e dai suoi consiglieri. Teheran continua ad avere una – pur ridotta – capacità di difesa aerea certificata dall’abbattimento del jet. Il regime resta solido. Lo Stretto di Hormuz è ancora nelle mani dei Pasdaran. Il tycoon ha scritto su Truth che “con un po’ più di tempo, potremmo facilmente aprire Hormuz, impadronirci del petrolio e fare una fortuna”. Ma intanto, ieri sono transitate una nave portacontainer francese e un’imbarcazione giapponese per il trasporto di gas naturale liquefatto. E questo conferma che Teheran ha il controllo dello stretto e lo usa come strumento politico anche con i partner Usa.

The Donald pensa da tempo a un’operazione che includa la conquista dell’isola di Kharg o di altre isole strategiche limitrofe allo stretto oppure a un blitz di terra sulla costa meridionale dell’Iran. Ma le opzioni sono rischiose, tanto più dopo l’abbattimento dell’F-15. E a destare preoccupazione tra i militari e l’intelligence di Washington è pure la riserva di missili che ha ancora a disposizione l’Iran. Secondo le fonti della Cnn, la metà dei lanciamissili balistici iraniani è ancora intatta. Molti potrebbero non essere utilizzabili, ma comunque la quantità è sufficiente a proseguire la fitta pioggia di fuoco su Israele, le basi Usa nel Golfo e i regni arabi. Inoltre, secondo gli Usa, l’Iran possiede ancora migliaia di droni d’attacco. E negli ultimi giorni, il New York Times ha parlato con fonti della sicurezza particolarmente scettiche, che credono che Teheran abbia ancora non solo migliaia di droni Shahed ma anche centinaia di missili balistici.

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha detto che gli attacchi continuano “in pieno coordinamento con Trump” e che i raid hanno distrutto il 70% della produzione di acciaio iraniana, quella che serve a fornire armi ai Pasdaran. Ma ieri lo Stato ebraico è di nuovo stato colpito da lanci di missili e razzi provenienti dall’Iran e dal Libano. E la comunità internazionale continua a premere per la fine del conflitto. Ieri, Papa Leone XIV ha anche sentito il presidente israeliano Isaac Herzog chiedendo la riapertura di tutti i canali diplomatici, lo stop alle ostilità e il rispetto del diritto internazionale e umanitario. Mentre Cina, Russia e Turchia hanno di nuovo domandato di deporre subito le armi.