Il gigante millenario che l’Occidente non vede
Mentre l’Occidente rincorre tweet e sondaggi, Pechino e Teheran giocano la partita dei secoli: il ritorno degli imperi millenari, ‘democrazia’ Usa al tramonto?
Antonio D’Argenio agli Stati Generali: “L’Italia? È ora di tornare a parlare la lingua della strategia”
C’è un’aria densa di storia nel Palazzo della Santa Sede a San Carlo ai Catinari. Mentre fuori la Capitale corre, all’interno si sono appena conclusi gli Stati Generali della Sostenibilità & Sicurezza (26-27 marzo 2026). L’evento, promosso e organizzato dalla Fondazione E-novation e dalla Fondazione Italia Sostenibile, ha saputo aggregare voci fuori dal coro per analizzare le sfide del futuro. Qui, Antonio D’Argenio scatta una fotografia brutale della realtà globale. Un’analisi che non nasce solo dai libri, ma dalla pelle: D’Argenio ha vissuto a lungo negli Stati Uniti prima di scegliere di riportare la propria famiglia in Italia. Una scelta di campo, un atto di fiducia nel potenziale critico e pluralista del nostro Paese.
La lezione di Marco Polo: il Venture Capitalist del XIII secolo
Il primo tabù a cadere è quello dell’esploratore romantico. «Marco Polo non era un turista, era un emissario commerciale dei grandi investitori della Repubblica di Venezia, all’epoca la più ricca del mondo», spiega D’Argenio. Quando arrivò alla corte del Gran Khan, Polo non cercava avventure, ma canali esclusivi. «Stabilì che i rapporti non erano con l’Italia, ma con Venezia. Fu un colpo da maestro: le merci si spostavano via terra dalla Cina e arrivavano direttamente in Laguna. Oggi la Cina fa lo stesso: le loro comunità in Europa mantengono legami diretti con la madrepatria, bypassando i canali di prezzo dei mercati cosiddetti ‘liberi’». È la forza di una nazione che da 3000 anni non ha mai perso la propria continuità culturale, nonostante le rivoluzioni.
La Persia: il gigante millenario che l’Occidente non vede
Ma è sull’Iran che l’analisi di D’Argenio si fa quasi epica. Non parla di un regime, ma di un popolo di 90 milioni di anime con 5000 anni di civiltà sulle spalle. «L’Iran è come la Cina: una continuità culturale imbattibile. Parliamo di una società che era moderna e colta già quarant’anni fa, con università, siti archeologici e una dignità millenaria. Lì la democrazia non si può imporre: l’Iran ha la forza di chi conosce il proprio territorio meglio di qualsiasi aggressore».
Oggi, l’Iran è il partner preferenziale di Pechino fuori dal sistema-dollaro. «Mentre noi sanzioniamo, la Cina acquista petrolio iraniano fuori mercato, pagandolo in tecnologia e infrastrutture: autostrade, aeroporti, sistemi di difesa avanzati. La Cina è il leone che non vuole guerre perché il business è la sua vera arma. E l’Iran è il suo polmone di materie prime, dai fertilizzanti alle terre rare. Quando l’America spara missili da milioni di dollari contro droni di carta, sta combattendo contro la resilienza di un impero millenario che sa attendere».
Il tramonto del sogno: uova, benzina e paura
D’Argenio racconta l’America del declino con la precisione di un testimone oculare. «Ho vissuto negli USA fino al boom del MAGA. Ho portato via i miei figli perché non volevo che crescessero in un ambiente dove la libertà è diventata un oggetto da acquistare e non un diritto da esercitare. In Florida hanno licenziato i professori di arti umanistiche perché pensare con la propria testa era diventato pericoloso». I numeri che riporta sono quelli della crisi sociale: «Uova a un dollaro l’una, benzina a cinque dollari al gallone. Per un popolo che percorre distanze enormi con motori di grande cilindrata, è un trauma senza precedenti. L’imperialismo democratico americano si è imbrattato in sette guerre contemporanee, portando i propri figli a morire all’estero per ragioni che il popolo non capisce più. Trump ha trascinato il Paese in uno scontro con l’Iran di cui l’opinione pubblica non aveva alcun bisogno».
L’Italia e il fantasma di Craxi
Infine, il capitolo più dolente: la nostra classe politica. «L’Italia paga il prezzo di una totale mancanza di visione strategica. In una nazione seria, quando c’è una guerra, maggioranza e opposizione si compattano perché è in gioco la sopravvivenza. La Spagna ha dimostrato di saper alzare la voce; noi, purtroppo, siamo rimasti troppo a lungo alla finestra». D’Argenio chiude con un richiamo alla dignità perduta: «Forse l’ultima volta che questo Paese ha avuto una posizione netta, capace di dire di no per difendere l’interesse nazionale, è stata ai tempi di Craxi. Da allora, la politica ha smarrito la sua funzione di guida. Abbiamo perso la continuità culturale, ci siamo fatti condizionare da invasioni esterne, smettendo di pensare come i signori del Mediterraneo che eravamo ai tempi di Venezia». L’immagine finale è potente: l’America che insegue droni di carta con missili milionari, mentre la Cina e l’Iran restano ancorati ai loro millenni di storia. L’Italia, in questo scacchiere, deve decidere se tornare a essere l’emissario di un nuovo umanesimo strategico o rassegnarsi a un ruolo di comparsa. La sfida è ritrovare quella «schiena dritta» che permetta al nostro genio di non essere solo un ricordo, ma il timone del nostro futuro.
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