Parte dal circolo Aniasi, storico presidio del centrosinistra milanese, il dibattito interno dei Dem. Danno il via tre figure di primo piano del Partito Democratico: la vicesindaca Anna Scavuzzo, che molti vedrebbero come solida candidata alla successione di Sala; il capogruppo in Regione Lombardia Pierfrancesco Majorino, interprete della sinistra del partito il cui nome resta stabilmente in testa alla lista dei possibili candidati; e Lorenzo Pacini, assessore al Municipio 1 e rappresentante di una generazione di giovani dem ormai protagonista del dibattito politico cittadino.

Scavuzzo parte dallo sguardo più ampio, quello che colloca Milano nella rete delle grandi città globali. Non è retorica: in queste settimane olimpiche la vicesindaca ha avuto contatti con sindaci da tutto il mondo. Sul piano politico inquadra la partita milanese dentro una cornice più larga: “Il 70% della popolazione mondiale sta andando a vivere in aree urbane, i grandi temi sono i temi sui quali ci ritroviamo – la casa, le disuguaglianze, l’accesso ai servizi, la solitudine, la salute mentale”.

Ma la vicesindaca cala rapidamente il discorso sulla congiuntura che la città attraversa: l’impasse urbanistica seguita alle inchieste della Procura, la necessità di ricostruire un rapporto con i professionisti della città – “questa mattina eravamo centocinquanta in sala, più di duemila collegati” – e soprattutto l’urgenza di “risvegliare una maggioranza silenziosa” che rischia di restare ai margini del dibattito. “I processi complessi non possono essere affrontati ciascuno per la propria parte”, spiega, invocando una nuova stagione di “alleanza” tra amministrazione, ordini professionali e forze politiche.

Un passaggio politicamente significativo: Scavuzzo parla della necessità di arrivare al 2027 “con una situazione diversa”, riconoscendo che il percorso di questi quindici anni “ha bisogno di essere rivisto in alcuni passaggi” ,ma rivendicando che “di trasformazioni siamo stati capaci di farne”. Lo sguardo, però, è in avanti: “Abbiamo bisogno di non semplicemente paventare il pericolo, ne siamo consapevoli, ma di ricostituire quell’alleanza che ci permetta di essere più cognitivamente ottimisti”. E registra un cambio di clima: “Oggi c’è molta voglia di recuperare una sintonia, molto più di sei mesi fa”.

Se Scavuzzo cerca la sintesi istituzionale, Majorino sceglie la chiave analitica più netta. Milano, dice, vive una condizione che non si può più eludere: “respinge segmenti e settori sociali che non ce la fanno più a reggere i costi dell’abitare e della vita in relazione al salario”. Per il capogruppo regionale è il momento di “cambiare il segno” delle politiche urbanistiche e abitative, negoziando con maggiore determinazione con i grandi operatori immobiliari: “Non ho nulla contro i fondi del Qatar che hanno realizzato Porta Nuova, ma dobbiamo avere il coraggio di chiedere migliaia di alloggi accessibili in cambio”.

Lo scalo di Porta Romana, aggiunge, è emblematico: una zona degradata che sta rinascendo grazie all’intervento olimpico, ma dove le condizioni economiche dello studentato in costruzione rischiano di non essere sostenibili. Majorino allarga poi il campo al tema della governance metropolitana – “Milano non è solo il suo Comune” – e al posizionamento internazionale: la città deve essere “avamposto nella lotta per i diritti contro le destre radicali”, anche come “città rifugio” per chi subisce lesioni delle libertà individuali.
È però Pacini a imprimere al dibattito l’accelerazione più netta sul piano delle proposte. L’assessore municipale mette al centro un dato strutturale: “Oggi il patrimonio batte il reddito, la rendita batte il lavoro”. Una formula che traduce in linguaggio politico il disagio di chi guadagna tra i 1.500 e i 2.000 euro netti al mese e non riesce più a vivere in città: “Non ce la fa a pagare un affitto, non ce la fa a comprare una casa, non ce la fa nemmeno in coppia”.

Il punto, insiste Pacini, non è solo di giustizia sociale ma di funzionamento urbano: “A guidare il tram non ci va il manager, a fare l’infermiere non ci va l’investitore immobiliare”. Se chi fa funzionare la città non può più permettersi di abitarla, i servizi degradano – e il disagio che ne deriva alimenta la narrazione securitaria della destra. La proposta: agire con coraggio sul salario indiretto, abbassando il costo dei servizi per chi ha davvero bisogno. Con un esempio volutamente provocatorio: “Che un over 65 paghi l’ATM scontata indipendentemente dalla sua condizione economica e un trentenne precario paghi tariffa piena, per me è sbagliato
Su un punto i tre si ritrovano senza esitazioni: la necessità delle primarie come strumento non solo per scegliere un candidato, ma per costruire un programma attraverso un confronto pubblico che coinvolga l’intera città. Majorino lo dice esplicitamente: “Abbiamo bisogno di mesi nei quali mettiamo a confronto contenuti diversi, e poi si scelga la persona più adatta a rappresentare l’alleanza più ampia possibile”. Pacini rilancia: le primarie come unico strumento per “elaborare proposte di rilancio, anche litigando se serve”, per poi uscirne “con una proposta in cui i milanesi si riconoscano”.