La riflessione
Nella scuola la logica del diritto e dell’economia devono prevalere sull’aneddotica mistificatrice
Ciascuno di noi esercita un dovere di responsabilità verso se stesso e verso gli altri, una responsabilità di bene e di cura che consente la realizzazione di quella che il Leopardi definisce la social catena. Si tratta di una rassicurante idea di corresponsabilità all’interno della quale ognuno si sente attore di una responsabilità e, contemporaneamente, destinatario di una attenzione da parte degli altri suoi simili. La società civile, lo Stato di diritto, sono fondati su questa catena di responsabilità che unisce e affratella i cittadini. Chi, poi, decide di dedicare la propria vita alla politica e all’informazione deve sentirsi chiamato ad una doppia responsabilità che deriva dal proprio essere persona di fama nota, dunque in grado di compiere scelte che possono realmente cambiare la vita dei cittadini. Pertanto le narrazioni non veritiere, l’aneddotica mistificatoria sono prassi dalla enorme gravità, perché costruite da chi, pur esercitando una doppia responsabilità, volge il proprio ruolo ai danni dei cittadini, sovente, anzi, sempre, dei più fragili. La scuola, purtroppo, è stata individuata come campo assai fertile per queste narrazioni distorte: è chiaro, infatti, che è tutto interesse di chi vuole mantenere la società divisa, a tutela dei propri interessi, fare in modo che le menti dei giovani siano indirizzate verso canoni precostituiti e non siano invece aperte al pensiero libero e liberante.
Da questa impostazione nascono le narrazioni della scuola privata, della scuola dei ricchi, dei denari sottratti alla scuola pubblica, alias statale, dei regali fatti ai ricchi, dei privilegi concessi alle scuole dei preti e delle suore. E si va avanti così, perché queste narrazioni comode, narrazioni che confondono i cittadini e consentono di mantenere un confortevole status quo che prevede la separazione della società attraverso la formazione dei giovani. Così, chi si straccia le vesti contro i fondi destinati alle famiglie che scelgono una scuola paritaria, in realtà, poi, sceglie per i propri figli le scuole paritarie con rette da 15 mila euro, quelle che non possono essere scelte da chiunque. E così si crea la cerchia degli amici, la trama delle conoscenze, la rete che si trasforma in lobby. Ristretta e inaccessibile.
Eppure, proprio per evitare la lobby, i Costituenti hanno inserito in Costituzione il principio della libertà di scelta educativa dei genitori nei confronti della prole e, a distanza di cinquant’anni, è arrivata la legge 62/2000, a firma del ministro Luigi Berlinguer, legge che ha istituito il Sistema pubblico dell’istruzione, articolato nei due rami della scuola statale e della scuola paritaria, in modo che lo Stato non fosse gestore pressoché unico del sistema dell’istruzione e garante e controllore di se stesso ma allo Stato fosse riconosciuto il ruolo che più gli pertiene, ossia quello di garante e controllore del servizio. Ma tutto è rimasto sulla carta dando piena possibilità alle narrazioni mistificatorie di continuare ampiamente il loro corso, visto che, ancora in questi giorni, contro la proposta del buono scuola, ossia una somma pari sino a 1500 euro da destinare alle famiglie con reddito Isee non superiore a 30 mila euro che hanno scelto per il proprio figlio una scuola paritaria di primo grado o il primo biennio del secondo grado, si levano i soliti slogan dei soldi destinati ai ricchi, alle scuole dei preti e delle suore, alle scuole private.
E si va avanti così, perseverando nella sussidiarietà al contrario, visto che le famiglie che scelgono la scuola paritaria hanno pagato le tasse per un servizio del quale non si avvalgono e diventano i primi finanziatori dello Stato, attraverso le tasse ed il servizio non usufruito. Lo Stato ci guadagna, denaro buono e utilissimo da destinare allo spreco dei mille rivoli della burocrazia e della macchina statale. Del resto le prime vittime di questo sistema sono proprio gli studenti, come testimoniano i risultati dei loro apprendimenti: al contrario, la garanzia del diritto alla libertà educativa concorre ad innalzare i livelli di apprendimento degli studenti, come testimoniano i risultati scolastici conseguiti dagli studenti che risiedono nelle regioni che hanno introdotto lungimiranti misure a sostegno della libertà di scelta educativa, risultati in linea con quelli degli studenti europei.
Si è preferito mantenere due marce diverse nell’apprendimento degli studenti, gettando una pesante ipoteca sul futuro di quelli provenienti da famiglie economicamente e culturalmente più fragili, innescando e acuendo il fenomeno della segregazione sociale. Anni di ideologia e di resistenza alla realtà hanno costretto le scuole paritarie, dopo essersi indebitate, ricevendo euro 500,00 per anni, da due anni 750,00, a fronte di un costo di 7.500 euro – il cosiddetto Costo Medio Studente, così come definito, ogni anno, dal Ministero con circolare apposita – e una retta pagata a fatica dalle famiglie pari a 2.500/3.000 euro, a chiudere, privando il paese di presidi di libertà.
I numeri parlano chiaro: la scuola paritaria conta 770.130 allievi, la statale 7.067.453 (ogni allievo della scuola statale costa 8.000/10.000 all’anno di tasse dei cittadini). Il pluralismo educativo è compromesso. Si è dunque fermato l’ascensore sociale rappresentato dalla scuola e si è creata una corsia preferenziale per i più abbienti: similes cum similibus. Questa è la logica, quella del divide et impera, subdolamente nascosta sotto il velo di narrazioni mendaci di chi si fa banditore della scuola per tutti: scuola per tutti, qualità per pochi. In questi giorni in cui oggetto del dibattito politico è il varo della legge di bilancio invito tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, ad avere il coraggio di interrompere le narrazioni mendaci, a porre fine alla logica divisiva nel settore della formazione dei giovani: la logica del diritto e dell’economia devono prevalere sull’aneddotica mistificatrice. Il diritto si fonda sulla Costituzione che afferma in maniera incontrovertibile che i genitori devono poter esercitare il loro diritto a scegliere la scuola per i figli, diversamente questo principio non sarebbe entrato in Costituzione. L’economia altrettanto chiaramente fa capire che la garanzia del diritto consentirebbe un risparmio per le casse dello Stato, oltreché una implementazione dei livelli di apprendimento degli studenti. Si dia, dunque, ascolto alla logica e non all’interesse di parte. In Italia dare ascolto alla logica, paradossalmente, richiede molto coraggio, perché vuol dire dare contro alle logiche del potere e delle lobby. Falcone e Borsellino, del resto, cosa hanno tentato di fare se non lavorare affinché la logica della giustizia potesse avere la meglio sulle logiche del potere e delle lobby? E l’epilogo fu drammatico. Nella scuola è avvenuta e sta avvenendo la stessa cosa: ora occorre scegliere se stare dalla parte della logica, quindi del diritto e dell’economia, o dell’aneddotica, quindi del potere e delle lobby. Mai sia che la scelta ricada sull’aneddotica.
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