C’è qualcosa di profondamente disorientante nel vedere una piazza che sventola la bandiera dell’arcobaleno mentre innalza una ghigliottina. C’è un cortocircuito semantico nel sentire invocare la “Pace” attraverso cori che trasudano odio personale e minacce di morte. Il corteo “No Kings” di Roma non è stato solo una manifestazione politica, ma lo specchio di una deriva generazionale dove il dissenso non è più un esercizio democratico, ma uno sfogo pulsionale che flirta pericolosamente con l’eversione.

Ciò che deve far riflettere non è l’oggetto della protesta – il legittimo dissenso contro un governo o una legge – ma la sua forma. Quando un gruppo di ragazzi sceglie di esporre le foto dei ministri a testa in giù, non sta esprimendo un’opinione: sta celebrando un rituale di deumanizzazione. L’atteggiamento di questi giovani manifestanti si palesa in tutta la sua aggressività dogmatica nel trattamento riservato a chi non sposa la narrazione del “pacifismo a senso unico”. L’ossessione per Carlo Calenda, apostrofato con slogan che lo vorrebbero “mandare al fronte”, è la spia di un’incapacità di accettare la complessità. Per questa piazza, sostenere la sovranità di un popolo aggredito diventa una colpa da punire con lo scherno e la violenza verbale.

Ancora più grave è quanto accaduto sul fronte digitale. Quando il sottosegretario al MIT, Tullio Ferrante, ha provato, pur con tono provocatorio, a sollevare una questione di merito sul valore aggiunto di tali mobilitazioni per la crescita del Paese commentando un post de La Stampa, la risposta non è stata il confronto, ma la minaccia brutale. Il feticismo per Piazzale Loreto, evocato negli insulti e nelle promesse di un “destino appeso”, non è solo una caduta di stile: è un atteggiamento eversivo. Vedere ragazzi, spesso giovanissimi, invocare la morte violenta di un rappresentante delle istituzioni come risposta a un commento social, racconta di una generazione che ha smarrito la grammatica della convivenza civile. È il trionfo di un bullismo identitario che scambia l’invettiva per eroismo rivoluzionario.

Il dato più inquietante è il controsenso ideologico. Si manifesta contro l’autoritarismo e la repressione, ma si adotta un metodo profondamente repressivo e illiberale: l’insulto sistematico, la minaccia grave, la negazione del diritto di parola all’altro. È la nascita di una sorta di autoritarismo dal basso, dove chi non si allinea ai dogmi della piazza viene immediatamente trasformato in un nemico da abbattere, simbolicamente o verbalmente. I cori che hanno riempito le strade di Roma spesso mancavano di una reale proposta politica. Erano, al contrario, grida di rottura fini a sé stesse. Quando la protesta perde il suo legame con la realtà e con la dialettica, diventa una performance nichilista.

È una solitudine etica che preoccupa. Se il desiderio di una società più giusta passa attraverso l’esaltazione della gogna e il disprezzo per la dignità dell’avversario, allora quella società è già sconfitta in partenza. Il rischio non è solo l’ordine pubblico di una giornata romana, ma la qualità della nostra futura democrazia, che questi giovani stanno contribuendo a inaridire, un coro d’odio alla volta.

Lorenzo Corazza

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