L'intervista
Padre Enzo Fortunato: “San Francesco in piazza non griderebbe slogan. Una pace disarmata e disarmante è possibile”
In un’epoca segnata da guerre, divisioni e indifferenza, Padre Enzo Fortunato invita a riscoprire la forza disarmante della fraternità. Nel suo nuovo libro, E se tornasse Francesco? (San Paolo Edizioni), immagina lo sguardo del Santo di Assisi sul nostro presente e ci guida nel rileggere il Vangelo come via di pace, dialogo e mitezza.
Padre, il suo libro si apre su un mondo «in un presente di follia di guerra». Se Francesco tornasse oggi, cosa direbbe?
«È la domanda che attraversa tutto il libro. Le follie della guerra erano già presenti al tempo di Francesco. E pensiamo: persino la Chiesa, allora, prendeva le armi. Francesco invece sceglie la via più rivoluzionaria: parole disarmate, gesti disarmati. Se oggi tornasse, direbbe una sola parola: “Fratello”. Come fece con il lupo di Gubbio, che non era altro che la metafora dell’uomo capace di divorare una città intera. Eppure, quel lupo, Francesco lo porta al centro della città e lo riconcilia con tutti. Da nemico diventa fratello di tutti. È la logica evangelica del disarmo interiore, quella che anche il cardinale Zuppi ci ricorda: non c’è pace senza fraternità».
Francesco usava tutti i mezzi a sua disposizione, dalla voce all’inchiostro. Oggi come userebbe i social, la Rete?
«Oggi i social sono le nuove piazze del mondo. Lì si incontrano i giovani e i meno giovani, lì si scambiano parole, sogni, emozioni. Ma, purtroppo, anche tanto odio. Sappiamo bene quante pietre virtuali vengono lanciate ogni giorno. Francesco non fuggirebbe da quella piazza. Ci starebbe, parlerebbe alla Rete, ma con una consapevolezza profonda: che quei fili virtuali devono trasformarsi in relazioni reali. Per lui, ogni piazza – fisica o digitale – è luogo di incontro, non di scontro. È spazio per far percepire la dolcezza di Dio e la tenerezza dell’uomo. Francesco ci direbbe: “Sii presenza buona anche dietro uno schermo, perché ogni parola può ferire o guarire”».
L’incontro con il sultano Malik al-Kamil, in piena crociata, fu un gesto di pace disarmata. Che lezione può dare alle guerre in corso?
«Quell’incontro, nel lontano 1219, è una pagina luminosa della storia umana. Francesco attraversa il mare, in piena crociata, senza armi, solo con la forza della fede e del dialogo. È una pagina che molti hanno letto, interpretato, talvolta anche strumentalizzato. Ma il suo cuore è limpido: la pace non si impone, si propone. Papa Leone XIV – e lo sottolineo – ne ha dato una straordinaria interpretazione con le parole che aprono tutto il suo pontificato: una pace disarmata e disarmante. Ecco: quella è l’esegesi più autentica dell’incontro tra Francesco e il Sultano. E oggi, davanti ai nuovi potenti della Terra che amano premere i bottoni della guerra, Francesco chiederebbe: “Che futuro vuoi donare ai tuoi figli? Che aria vuoi far respirare ai bambini del mondo?”. Abbiamo bisogno di toccare le corde del cuore, non solo quelle del potere».
Però c’è il rischio di parlare di pace come se fosse un’utopia, una parola stanca. Come possiamo restituirle forza e verità?
«Sì, la parola “pace” rischia di diventare logora, svuotata. Ma la pace non è una parola, è un cammino. L’abbiamo visto: le piazze tornano a riempirsi di gente che non vuole più sentire parlare di guerra. Sono piazze che gridano, anche nel silenzio, “basta”. Francesco, ne sono certo, sarebbe sceso in piazza. Non per gridare slogan, ma per testimoniare con il silenzio l’assurdità della guerra».
Nel linguaggio di Francesco c’è una dolcezza disarmante ma anche una radicalità profonda. Di questi tempi, si può essere radicali senza diventare divisivi?
«La radicalità vera non è mai divisiva. Il fondamentalismo divide, la radicalità evangelica unisce.
Francesco è stato l’uomo più radicale della storia: ha scelto il Vangelo sine glossa, senza aggiungere o togliere nulla. Ma questa radicalità è pacificante, mai arrogante. Pensiamo a Gandhi, a Madre Teresa: la loro forza nasceva da una mitezza profonda. Quando una posizione nasce dall’ideologia e non dall’umanità, produce solo muri. La radicalità evangelica, invece, costruisce ponti. E Francesco ci insegna proprio questo: non si tratta di essere contro qualcuno, ma per l’uomo, per il bene comune, per la custodia del fratello accanto».
Lei denuncia un «silenzio sociale assordante». A cosa fa riferimento? Non tutto deve essere detto, commentato, mostrato…
«Viviamo tempi in cui si parla tanto, ma si ascolta poco. Il rumore delle parole ha coperto la voce del cuore. Quando parlo di silenzio assordante, penso a un mondo che non reagisce più al dolore. Un mondo che scrolla le spalle davanti all’ingiustizia. Eppure, il Vangelo ci insegna che il silenzio non è assenza, ma presenza profonda. Francesco taceva per ascoltare Dio e per sentire il grido degli ultimi. Abbiamo bisogno di un silenzio che generi parola, non di parole che uccidono il silenzio».
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