Fu un processo didattico. Per volontà di David Ben Gurion in prima persona, la cattura e poi la comparsa di Adolf Eichmann in un’aula di tribunale rappresentò un grande appuntamento educativo prima ancora che mediatico. Con l’ex ufficiale delle Ss alle sbarre, Israele intendeva insegnare all’opinione pubblica internazionale e allo stesso popolo ebraico cos’era successo. Erano gli anni in cui dell’Olocausto si parlava ancora poco. Lo shock non si era sedimentato del tutto. Molti dei sopravvissuti avevano preferito isolarsi.

Nel 1961, il caso Eichmann squarcia il silenzio. La testimonianza di centinaia di “salvati” per dirla alla Primo Levi, fa sì che il processo vada oltre il semplice evento giudiziario. I giornali di tutto il mondo ne scrivono. La maggioranza di loro prende posizione a fianco di Israele. Sorprende il divario tra il sostegno espresso dal mondo di allora con l’opposizione – per non dire odio – che aleggia oggi su qualunque cosa o persona sia israeliana o ebraica ed ebrea.

L’Argentina è l’unica a protestare. Più per le modalità di esfiltrazione che per il processo in sé. Alla Germania tocca tornare sulle proprie colpe. La storia appare davanti alla giustizia. L’episodio fa parlare di sé ancora oggi. Per la sua forza cinematografica – “Operazione finale”, il film di Chris Weitz del 2018, con Ben Kingsley nella parte dell’ex Ss, ne ricostruisce le tappe – e anche per essere stato l’oggetto di uno dei più discussi pamphlet filosofici del secondo Novecento, “La banalità del male” di Hannah Arendt pone degli interrogativi morali ed etici irrisolti.

Ma il caso Eichmann va ancora oltre tutto questo. Il popolo ebraico traccia una linea definitiva – l’operazione finale, appunto – con la Shoah. Vittime e carnefici si guardano negli occhi e tornano agli incubi di pochi anni prima. Agli aguzzini viene chiesto: «Vi rendete conto di cosa avete fatto?» L’Eichmann-Kingsley, nella sua banalità, risponde: «Ho provato ad aiutarvi. Per anni ho fatto uscire la vostra gente dal Paese. Quella era la mia soluzione».

Lo Stato di Israele ha appena tredici anni di vita e dice al suo popolo e al resto del mondo che la persecuzione degli ebrei, da quel momento in avanti, non sarà semplice materia di ricerca storica, oppure oggetto di dibattito morale e politica, ma un reato perseguibile con una pena biblica. Il Paese, laico e democratico, si concede un’eccezione qualora l’accusato sia ritenuto colpevole di crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Così sarebbe accaduto a John Demjanjuk trent’anni dopo. Nato in Ucraina nel 1920, poi naturalizzato cittadino americano, Demjanjuk, ex sergente delle Ss, era stato identificato come “Ivan il terribile”, l’aguzzino colpevole degli stermini nei lager di Sobibor, Majdanek e Flossenbürg. Condannato a morte da un tribunale israeliano nel 1993, il verdetto sarebbe stato ribaltato. Demjanjuk morirà in un carcere tedesco, dopo che in Germania gli avrà attribuito gli stessi crimini.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).