C’è una linea d’ombra che separa la giustizia dalla vendetta. L’altra notte, la Knesset israeliana ha deciso di varcare quella linea, approvando in via definitiva la legge che introduce la pena di morte per i terroristi. È una mossa dettata dal trauma ancora sanguinante del 7 ottobre, spinta dall’ala più radicale del governo. Possiamo comprendere il dolore viscerale di un popolo aggredito in modo bestiale, ma politicamente e culturalmente si tratta di un errore drammatico. Un autogol clamoroso.

Noi liberali e garantisti siamo contrari alla pena capitale sempre e dovunque. Non per un pacifismo d’accatto o per un malriposto buonismo verso i carnefici, ma per una concezione rigorosa dei limiti del potere. L’assunto base dello Stato liberale è la tutela dei diritti individuali, primo fra tutti la vita. Quando un ordinamento si arroga il potere legale di uccidere un individuo, smette di essere il garante della convivenza e si trasforma in padrone assoluto.

La legge del taglione

La giustizia umana è per sua natura fallibile; la pena deve isolare chi fa del male e proteggere la società, non far regredire le istituzioni alla legge del taglione. Ma, nel caso specifico di Israele, questa legge non è solo una ferita ai principi del diritto: è una trappola strategica. In primo luogo, smentisce decenni di storia e criminologia. La pena di morte non ha alcun potere deterrente, tantomeno contro il terrorismo fondamentalista. Il jihadista anela alla morte in combattimento; offrirgli il patibolo significa regalargli il palcoscenico definitivo, trasformando macellai sanguinari in eroi romantici e martiri per la causa. È esattamente ciò che Hamas desidera.

L’alibi perfetto per l’antisionismo militante

C’è poi il contesto internazionale, dominato da un doppio standard disgustoso ma reale. In Iran, in Cina o in Arabia Saudita le esecuzioni capitali si contano a migliaia e scivolano via nel silenzio distratto della diplomazia. Ma sappiamo benissimo cosa accadrà alla prima esecuzione in Israele. Si accenderà un tritacarne mediatico globale. Le piazze occidentali e i campus universitari, già infetti da un antisemitismo che si traveste da antisionismo militante, avranno finalmente l’alibi perfetto. L’immagine di uno Stato Ebraico che allestisce bracci della morte alimenterà i peggiori stereotipi storici sulla “vendetta giudaica”, oscurando del tutto le atrocità subite. Invece di denunciare i crimini dei terroristi, il mondo libero passerà il tempo a processare Israele, isolandolo dai partner europei e mettendo in difficoltà gli alleati americani. Regalare questo trionfo narrativo ai propri nemici è pura cecità.

L’iter della legge dovrà ora affrontare lo scoglio della Corte Suprema israeliana, che potrebbe bloccarla evidenziandone l’incostituzionalità e le evidenti asimmetrie giuridiche, dato che colpisce i palestinesi ma non i cittadini israeliani colpevoli di reati analoghi. Dobbiamo augurarci che i giudici di Gerusalemme fermino questa deriva. Difendere l’esistenza di Israele significa pretendere che resti l’unica democrazia liberale del Medio Oriente. Se per sconfiggere i mostri si adottano i loro stessi metodi, la guerra è già perduta.