Assicurare governabilità
Perché c’è bisogno di una nuova legge elettorale: l’Italia non può permettersi più pareggi
La sera dello scrutinio deve emergere la coalizione che guiderà il Paese, un’idea? Proporzionale, sbarramento basso e premio di maggioranza
Il pareggio. Ne sento parlare; sempre, da sempre. In tante elezioni: centrali, locali. Di ogni genere. “Che fate? Pareggiamo”. Ho sempre pensato di chi me lo dice: perdono; di brutto. Ora, il brusio nei corridoi è fortissimo; tra un anno e mezzo si vota per le Politiche, e la speranza di molti mondi progressisti sembra volersi aggrappare al pari, piuttosto che credere di vincere.
Sulla “rive gauche” tanti lottano per l’eguaglianza elettorale, non più sanculotta. Anche sul Colle, a qualche consigliere, aggraderebbe il quieta non movere. Mi sembra una diceria. Sarebbe un rischio per le istituzioni. Nessuna riforma, nessun vincitore, nessuno sconfitto? Tutti sul podio? È un obiettivo contro natura, contro la crescita di una democrazia stabilizzata quale è la nostra; perché non è il rito del voto che la fa tale. Certo, anche, ma da solo no; pure nelle democrature, nelle teocrazie, in alcune dittature sudamericane – lo è quella di Maduro in Venezuela – “si vota”. Ma la democrazia è soprattutto alternanza di governo, giocata sul tavolo di un bipolarismo adulto tra conservatori e progressisti.
In Occidente è la regola essenziale: quando non si segue, ci si infila nella Grosse Koalition, a Berlino sempre meno “grosse”; o nel caos parigino dell’era macroniana; oppure nel modello italiano pre-meloniano. Gabinetti tecnici, ibridi, di (quasi) tutti. La regola aurea è che nessuno vince o perde a tempo indeterminato, ma secondo il pendolo del consenso; la dovrebbero riconoscere tutti. Invece è una “rule” che ha come nemici i fautori del pareggio, una singolare specie di antidemocratici contemporanei: un ceto governativo tout court che vorrebbe sempre occupare le istituzioni, con la visione di una “crazia” senza “demos” decisore. Urne paritarie, alleanze larghissime, esecutivi deboli. Per vincere anche pareggiando.
Invece, la politica dovrebbe apprendere dalla lealtà sportiva: i duelli tra Sinner e Alcaraz ci hanno restituito un modello pop di etica pubblica, che ci viene dalla società civile. Si vince o si è battuti, fino al prossimo giro, in cui le parti si possono invertire. Ragiono con i critici: se i Padri costituenti (saggiamente) non inserirono la normativa elettorale in Costituzione, una ragione c’è. La Carta assegna alle maggioranze parlamentari la facoltà di cambiarla con procedimento ordinario, adattandola ai bisogni espressi dai diversi cicli politici. Una parte dell’opposizione sostiene che il governo vuole regolamentare il voto a proprio vantaggio, come peraltro fecero gabinetti precedenti. Ma per una sorta di “caprice” o di “telos”, la disciplina delle elezioni spesso punisce lo schieramento che la fabbrica pro domo sua: superstizione, coincidenza o nemesi “reale” che sia, il centrodestra conosce la “cosa”. Certo, non sarebbe “di parte” la proporzionale con schieramenti legati a un programma, con uno sbarramento basso, un premio di maggioranza ragionevole e un candidato primo ministro: una normativa così sarebbe potenzialmente bipartisan e scongiurerebbe l’ipotesi del pareggio, probabile, se si votasse con l’attuale “Rosatellum”.
Lo sbocco del cambiamento dovrebbe essere un conflitto regolato, non selvatico, tra il centrodestra e il polo progressista (e uno spazio accessibile a chi non vuole incastrarsi di qua o di là: sembrerebbe la mission centrista di Calenda), per ottenere, la sera dello scrutinio, una coalizione che governa e un’opposizione costituzionale, la quale si preparerà a prenderne il posto. La verità è che la nuova legge elettorale, pensata dal centrodestra, si propone di anticipare la ratio del premierato, ma oggi serve a scongiurare una nefasta “parità”.
Al di là delle diverse opinioni sul governo Meloni, la stabilità dell’Italia ormai è un valore apprezzato soprattutto extra moenia: è una risorsa politica, economica, estetica, a disposizione anche di chi governerà negli anni a venire. Un bene comune che l’Italia non può disperdere: è nell’interesse nazionale. Il pareggio lo metterebbe a rischio. È la ragione più importante che dovrebbe far aprire al più presto il cantiere della riforma elettorale, con la auspicabile partecipazione dell’opposizione o, almeno, di una parte di essa: successi e sconfitte li assegnano gli elettori a turno; mai per sempre. Ecco.
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