TEL AVIV – Sullo sfondo del nuovo ciclo di colloqui avviato ieri a Ginevra tra Stati Uniti e Iran, ospitato presso l’ambasciata dell’Oman, e dei nuovi attacchi degli Houthi contro la navigazione commerciale nel Mar Rosso, prende forma la nuova iniziativa americana su Gaza. In questo contesto, Donald Trump ha annunciato la creazione di un Consiglio di pace che lavorerà “in collaborazione con le Nazioni Unite” e che — nelle sue parole — “andrà oltre Gaza: ci sarà pace ovunque”. Non si tratta di una semplice dichiarazione politica, ma di un messaggio strategico. L’obiettivo è ridefinire la governance dei conflitti fuori dai meccanismi multilaterali che negli ultimi decenni hanno mostrato limiti strutturali. Applicato a Gaza, questo approccio si traduce nella proposta di un nuovo schema politico e militare potenzialmente capace di incidere sugli equilibri futuri.

Tra i Paesi del G7, nessuno ha finora aderito formalmente al board. Una prudenza che riflette una consapevolezza precisa: partecipare significherebbe assumersi una responsabilità diretta sul futuro della Striscia e sul confronto con Hamas. L’Italia, anche per ragioni costituzionali, ha scelto una presenza da osservatore, adottando di fatto una linea attendista. Il Giappone valuta invece l’invio dell’ambasciatore Takeshi Okubo. Se confermata, la decisione avrebbe soprattutto una valenza strategica: rafforzare il legame con Washington in vista del vertice tra la premier Sanae Takaichi e l’amministrazione americana.

Dal punto di vista israeliano, questi movimenti indicano che la comunità internazionale inizia a riconoscere un dato essenziale: la fase post-bellica non potrà essere costruita sulle ambiguità che hanno permesso a Hamas di trasformare Gaza in una piattaforma militare con oltre 500 chilometri di tunnel. Proprio ieri l’Idf ha annunciato la scoperta di un nuovo arsenale a Rafah, confermando quanto la struttura armata dell’organizzazione resti radicata nonostante mesi di operazioni militari. Per Israele il nodo resta chiaro: la ricostruzione non può precedere la smilitarizzazione. Riproporre il modello del passato — tregue temporanee, riarmo silenzioso, nuove escalation — significherebbe preparare il terreno al prossimo conflitto.

In questo senso, il Consiglio di pace potrebbe diventare uno strumento di pressione internazionale per affermare un principio irrinunciabile: nessun futuro politico per Gaza è possibile finché Hamas manterrà capacità militari autonome. Un’eventuale adesione giapponese potrebbe rappresentare un primo segnale concreto, aprendo la strada ad altre potenze oggi riluttanti ad assumere un ruolo diretto e ad accettare le implicazioni di una reale stabilizzazione. Resta tuttavia una realtà difficilmente eludibile: finché Hamas non rinuncerà alla lotta armata e al proprio potere militare, ogni tentativo diplomatico è destinato a fallire.