Quei “tombaroli”, scaltri e spregiudicati, e per di più vicini alla ‘ndrangheta, meritavano l’arresto. Questa era la convinzione della Dda di Catanzaro, che il 12 dicembre scorso, nell’ambito dell’inchiesta “Ghenos-Scylletium”, ha chiesto e ottenuto dal Gip l’arresto di 11 persone (due in carcere, nove ai domiciliari) con l’accusa di traffico di reperti archeologici provenienti da scavi clandestini all’interno dei siti nazionali di Scolacium di Roccelletta di Borgia (Cz), dell’Antica Kaulon di Monasterace (Reggio Calabria) e di Capo Colonna (Crotone). Traffici che, stando agli inquirenti, avevano anche lo scopo di agevolare la cosca Arena di Isola Capo Rizzuto.

Quegli arresti, però, lo ha stabilito l’8 gennaio scorso il Tribunale del Riesame di Catanzaro, non erano giustificati, e gli indagati sono tornati tutti in libertà. Eppure le tesi accusatorie sono state avallate dal Gip in pieno, o quasi (le richieste di arresto riguardavano 15 indagati). L’inchiesta della Dda di Catanzaro (parallela a quella della procura distrettuale di Catania che lo stesso giorno ha portato all’emissione di 45 misure cautelari) ha ipotizzato, si legge nella richiesta di arresto, l’esistenza di un’associazione a delinquere finalizzata al furto di beni culturali e archeologici con “sistematici saccheggiamenti” commessi dai tombaroli attraverso un’“organizzata ed articolata spartizione di competenze” in grado di alimentare “il mercato clandestino di materiale archeologico”. Una “complessa organizzazione”, dunque, formata da tombaroli, intermediati e ricettatori, ben radicata in alcuni territori, in particolare a Isola Capo Rizzuto.

Le indagini, sottolineano gli inquirenti, hanno “consentito di appurare come la compagine associativa” abbia “agito al precipuo scopo di agevolare l’associazione di stampo mafioso individuata nella cosca Arena”. Non è da escludere, sottolinea la procura, “che il gruppo dei siciliani si sia interfacciato con i soggetti di Isola Capo Rizzuto anche per ottenere il loro beneplacito ad ‘operare’ in territorio ‘straniero’”.

La conclusione degli inquirenti è conseguenziale: sussistono le esigenze a carico degli indagati, i quali “una volta venuti a conoscenza del presente procedimento, potrebbero occultare i mezzi utilizzati per la commissione dei delitti contestati (…) ovvero gli stessi proventi dell’attività illecita di scavi”. L’arresto, inoltre, sarebbe giustificato anche dalla “personalità dei soggetti sottoposti ad indagini (pressoché tutti con precedenti anche specifici e soliti accompagnarsi a soggetti pregiudicati”), e per il rischio che gli stessi “in libertà, commettano altri gravi delitti della stessa specie”, visto che gli indagati “continuano imperterriti in questa attività dal 2014”. Attività che “sembra essere per gli stessi anche un’importante (se non l’unica) forma di sostentamento”.

D’altronde, sottolineano gli inquirenti, le richieste “sono comunque giustificate anche in forza dei precedenti penali e di polizia degli indagati”, i quali “non si sono fatti scrupoli a continuare nell’attività illecita di scavi clandestini nonostante le vicende giudiziarie che li hanno coinvolti e gli ordini di carcerazione da cui, anche in corso della presente indagine, sono stati raggiunti”. Saranno le motivazioni a svelare se i giudici del Riesame hanno ritenuto inesistenti i gravi indizi di colpevolezza o assenti le esigenze cautelari. Quale che sia il motivo, però, quelle 11 persone, finite in carcere e ai domiciliari, non dovevano essere arrestate.

Luca Rocca

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