Mentre leggete questo editoriale, potete accendere lo smartphone e movimentare migliaia di euro, firmare un mutuo, dialogare con il fisco tramite SPID, accedere alla vostra cartella clinica. Persino YouPorn pretende un riconoscimento digitale dell’identità più sofisticato di quello che la Repubblica richiede per eleggere un governatore. Eppure per votare dobbiamo ancora brandire il santino cartaceo della tessera elettorale, fare la coda in una scuola chiusa, impugnare una matita copiativa e affidarci a scrutatori che passano la notte a decifrare se una croce è uscita di un millimetro dal riquadro.

Elezioni Regionali, decine di milioni per un teatrino imbarazzante

Questo è il paradosso del 2025: nell’epoca dell’intelligenza artificiale e del metaverso, il nostro sistema elettorale resta incatenato al secolo scorso. Non per sacralità democratica, ma per inerzia e rendite di posizione. I numeri parlano chiaro. In Veneto e Campania, l’affluenza si è fermata intorno al 44%, con un calo, rispetto al 2020, del 16% nella prima e dell’11% nella seconda. In Puglia, soltanto il 42% circa degli aventi diritto si è recato alle urne, con una diminuzione del 14% dall’ultima tornata. Non è solo disaffezione alla politica: gioca la sua parte il rifiuto di un dispositivo arcaico, costoso e inutilmente complesso. Perché dovremmo mantenere ancora questo teatro di carta? Scuole sequestrate per giorni, aule bloccate, turni straordinari, migliaia di presidenti e scrutatori da pagare. Tessere elettorali smarrite e ristampate in code surreali agli uffici comunali. Verbali compilati a mano, schede scrutinate fino all’alba, interpretazioni discrezionali su croci fuori sede. Un apparato mastodontico che costa decine di milioni per produrre risultati sempre più imbarazzanti: astensione di massa e sfiducia montante.

Eppure la tecnologia è ovunque

La tecnologia esiste. SPID, CIE, sistemi biometrici, piattaforme blockchain, crittografia end-to-end: li usiamo già per beni e dati ben più sensibili di una scheda elettorale. Alle banche affidiamo i nostri risparmi tramite un’app, l’Agenzia delle Entrate ci chiede di firmare dichiarazioni digitalmente, l’INPS gestisce pensioni e sussidi online. Ma per il voto, no. Per il voto serve la cabina di cartone, il timbro, la matita copiativa e il presidente di seggio che controlla che non ci sia la filigrana Disney sulla scheda. Il rischio zero non esiste nemmeno oggi. Le schede si possono falsificare, gli scrutini manipolare, i verbali alterare. La differenza è che nel sistema analogico questi rischi sono opachi, affidati alla buona fede di migliaia di operatori stanchi e prestati alla causa. Nel sistema digitale sarebbero tracciabili, verificabili, certificabili da crittografia e audit indipendenti.

Vogliamo davvero riportare la gente al voto?

La vera domanda è un’altra: vogliamo davvero aumentare la partecipazione o preferiamo continuare a lamentarci dell’astensionismo mentre rendiamo il voto un percorso a ostacoli? Perché se vogliamo riportare le persone al centro, dobbiamo portare il voto dove le persone vivono: sul telefono, sul computer, nelle case da dove lavorano in smart-working, nei tempi della loro vita reale. Non in una scuola chiusa, di domenica, con la matita che si cancella. Serve una riforma radicale. Voto digitale sicuro, autenticato tramite identità digitale, accessibile da remoto per giorni, non per ore. Scrutinio automatico, trasparente, verificabile in tempo reale. Costi ridotti di due terzi. Risultati in pochi minuti, non in giorni. Niente più scuole bloccate, niente più presidenti di seggio esausti, niente più tessere elettorali smarrite.

La “sacralità del voto”

Difendere il sistema attuale in nome della “sacralità del voto” è l’alibi perfetto per non toccare nulla. Ma la vera profanazione della democrazia è costringere i cittadini a un rito stanco e burocratico che li allontana invece di coinvolgerli. I dati sull’affluenza sono un sintomo. Anzi, il certificato di morte di un sistema che tratta i cittadini come sudditi dell’Ottocento. E finché non avremo il coraggio di guardare in faccia la realtà, continueremo a contare schede in scuole vuote e a chiederci, ogni volta, perché nessuno si presenta più.

Rodolfo Belcastro

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