L'intervista
Referendum giustizia, parla Stefano Ceccanti: “Il sì alla separazione libera il cittadino dall’intreccio tra media e accusa. Incomprensibile il No dem”
Stefano Ceccanti, professore ordinario di Diritto pubblico comparato alla Sapienza, analizza le leggi come organismi vivi, non come reperti museali. Ex deputato del Partito democratico, quando interviene sulle riforme istituzionali non tifa: smonta, argomenta, chiarisce. Ed è per questo che nel rumore resta una voce che conta.
Lei sostiene che questa riforma “completa il nuovo codice” senza attribuire “poteri in più” al Governo: perché, e dove sta l’allineamento col modello accusatorio?
«Il modello accusatorio del codice di fine anni ’80 e che si è iniziato a recepire con la riforma costituzionale del 1999 che ha inserito nell’articolo 111 della Costituzione la norma “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale” suppone la piena separazione non solo nel divieto di passaggio da una funzione all’atra, ma anche rispetto a tutte le questioni di governo della carriera, ossia il superamento dell’unico Csm. Segnalo che all’epoca della Bicamerale D’Alema separazione e superamento del Csm unico erano ampiamente condivisi nell’Ulivo: dal Partito Popolare di Marini e Mattarella, dai Verdi di Boato, da vari spezzoni del Pds-Ds (miglioristi, occhettiani e sinistra di Salvi). Le carte dei voti parlano chiaro».
Quali effetti concreti su imparzialità del giudice e sull’efficienza dell’azione penale?
«Alcuni si focalizzano sull’alto numero di sentenze definitive di assoluzione per dire che tutto già funziona. Questo modo di ragionare salta il problema del processo mediatico, del tritacarne in cui molti accusati finiscono nella fase delle indagini preliminari, dove i giudici (gip e gup) sono troppo vicini all’accusa. Non è una grande soddisfazione essere assolti alla fine se si è massacrati prima».
Due CSM distinti e Alta Corte disciplinare: garantiscono davvero indipendenza e imparzialità?
«Pressoché nessuno difende l’attuale impianto sanzionatorio che non è un deterrente efficace. Da anni si discute di un’Alta Corte come quella varata che avrebbe come Presidente una persona tra quelle nominate dal presidente della Repubblica, cosa che dà il tono giusto all’istituzione».
Il sorteggio è una misura “discutibile ma accettabile”?
«Ritengo che sarebbero bastati i collegi uninominali senza sorteggio. Ragioneremo nella fase transitoria come modularlo, ma non è un argomento sufficiente a respingere la riforma. Anche perché non è illegittimo, trattandosi di organo amministrativo e non rappresentativo».
Ci sarà in ogni caso una prima fase transitoria. Concorso unico o sdoppiato, formazione iniziale e mobilità tra le due carriere: come organizzarle senza bloccare gli uffici?
«Non dobbiamo parlare ora della fase transitoria, ora siamo chiamati a votare sulle norme a regime, che nel complesso migliorano lo status quo».
Certo, e quanto al referendum confermativo, come spiegarne i pro e i contro in termini di diritti?
«La separazione tutela il cittadino nella fase dove oggi è alla mercé dell’intreccio tra accusa e media, rendendo più indipendenti i giudici di quella fase. Le sanzioni affidate non più al Csm ma a una Corte distinta possono funzionare da deterrente efficace contro quei comportamenti che portano a colpire i diritti durante le indagini e nei processi».
La posizione del Pd, generalmente ostile alla separazione delle carriere, sembra dettata più da posizioni di bandiera, e di retroguardia, che da una sincera spinta riformatrice.
«La posizione nel merito è incomprensibile. Rappresenta un rinnegamento dele linee prevalenti nei partiti del centrosinistra alla Bicamerale D’Alema, quando nel frattempo le storture del processo mediatico ai danni dei cittadini sono peggiorate. Ci sono alcune parziali ragioni a discolpa come alcune forzature procedurali e la scelta del sorteggio, ma non giustificano questa regressione. Il centrosinistra sembra più preoccupato di fare opposizione alle tesi che sosteneva negli anni ’90 che non al centrodestra».
Nuova legge elettorale: un proporzionale con premio di maggioranza può reggere il vaglio di costituzionalità?
«L’attuale legge, specie al Senato, può portare a un sostanziale pareggio. Una soluzione non gestibile perché le due leader, Meloni e Schlein, escludono a priori in modo intransigente qualsiasi forma di intesa post-elettorale. Inevitabile quindi il passaggio a un sistema a premio, che però può essere concesso secondo la Corte a chi ha avuto almeno il 40 per cento dei voti andando non oltre il 55 dei seggi. Aggiungerei ovviamente purché abbia vinto in entrambe le Camere. In assenza di un unico vincitore sopra il 40 in entrambe le Camere bisognerebbe ricorrere a un ballottaggio, con le condizioni che ha posto la Corte perché non si può svolgere tra due coalizioni che al primo turno abbiano ottenuto solo il 25 per cento dei voti. Il sistema non può essere forzato dando sempre e comunque un premio».
Quale rapporto col mancato premierato?
«La legge elettorale può arrivare – non sempre e comunque – a dare un vincitore. La riforma costituzionale sul premierato dovrebbe semplificare dando a un’unica assemblea parlamentare in cui far convergere tutti i 600 eletti il potere fiduciario e dovrebbe spostare prevalentemente sul Presidente del Consiglio il potere di indire elezioni anticipate come deterrente contro le crisi. Il testo in discussione non fa la prima e fa parzialmente la seconda, ponendo un rigido automatismo tra sfiducia e scioglimento che andrebbe rimosso».
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