Esteri
Rivolta Iran, gli ayatollah cercano un erede, all’opposizione manca una guida
La nuova ondata di proteste in Iran rappresenta una delle sfide più profonde alla tenuta del regime islamico dal 1979. Secondo osservatori internazionali, la mobilitazione che ha attraversato il Paese dalla fine di dicembre è più ampia, più letale e più politicamente destabilizzante di quelle precedenti. Al centro delle tensioni non ci sono più solo richieste di riforme tecnocratiche, ma slogan che chiedono un cambiamento “root and branch” dell’intero sistema politico, un’espressione che riflette un disincanto diffuso rispetto alla classe dirigente e alla capacità dello Stato di risolvere crisi economiche croniche.
I numeri della repressione sono drammatici. Fonti di diritti umani segnalano migliaia di morti e decine di migliaia di arresti in almeno otto province, con un blackout quasi totale di internet imposto dalle autorità per limitare la diffusione delle informazioni e l’organizzazione delle manifestazioni. L’attuale ondata di protesta si distingue per quattro caratteristiche chiave che aiutano a delineare gli scenari futuri.
Primo, la natura stessa delle proteste: non più semplici rivendicazioni economiche ma una spinta verso un cambiamento sistemico, con un uso della forza da parte dello Stato che ha raggiunto livelli insoliti, compreso il ricorso prolungato all’interruzione delle comunicazioni.
Secondo, la successione politica all’interno del regime sembra già in corso. L’autorità decisionale non è più concentrata esclusivamente nel ruolo del Leader Supremo ma si sta muovendo verso dinamiche di consulenza interna e comitati, con candidati alla successione che provengono dalla magistratura clericale e con legami consolidati all’interno del sistema. Questo suggerisce che, anche di fronte alla crisi, la leadership tenderà a favorire continuità più che rotture radicali.
Terzo, e forse più importante, il rischio di escalation esterna rimane reale ma probabilmente episodico. La struttura interna dell’opposizione è altamente frammentata: non esiste un unico leadership in grado di unificare le diverse correnti di dissenso. Sul fronte internazionale, gli Stati Uniti non sembrano propensi a un intervento su vasta scala. Solo attacchi limitati e simbolici sembrano plausibili qualora la pressione interna verso un sostegno esterno dovesse intensificarsi.
In sostanza, l’Iran vive una fase di profonda tensione interna che potrebbe protrarsi per mesi, con il rischio principale di scosse episodiche più che di un cambiamento di regime in tempi rapidi. La risposta interna e internazionale determinerà in larga misura se la crisi riuscirà a evolvere verso un nuovo equilibrio o se il Paese scivolerà ulteriormente in un conflitto prolungato. Da rilevare come l’Iran fornisca alla Cina il 12% a del suo fabbisogno di greggio e ha stoccate scorte su petroliera per ca 40-45 giorni. Se intacchi quei due milioni di barili al giorno, strangoli il sistema.
© Riproduzione riservata







