I possibili sostituti
Santanchè obbedisce e si dimette. Malagò e Caramanna nel totonomi, ma Giorgia può tenere per sé la delega
È il secondo tempo di una partita che promette di diventare incandescente. Nello spogliatoio, l’allenatrice della squadra di casa ha scelto la linea dura: fuori i fedelissimi, dentro i nuovi acquisti. Ora contano i risultati. È l’inizio di una nuova fase: “Evitiamo il pantano”. Il tempo per Giorgia Meloni è scandito: poco più di un anno al fischio finale, quando si giocherà la vera partita, quella delle elezioni politiche. In campo, però, c’è chi non ha alcuna intenzione di uscire. Altro che sostituzione.
La ministra del Turismo, Daniela Santanchè, resiste fino all’ultimo, lasciando solo dopo ore di tensione con Palazzo Chigi. Una situazione surreale: il gelido comunicato stampa della premier arriva nella serata di martedì, poi da Via della Scrofa parte un coro che mette con le spalle al muro l’ostinata Pitonessa. Poi la resa. “Faccio un passo indietro, non dovuto solo di fronte alla richiesta che il capo del mio Partito ritiene utile e opportuna”, scrive nella lettera di addio. “Sono abituata a pagare i miei conti, spesso anche quelli degli altri”, conclude. A bordo campo si scaldano i possibili sostituti: Giovanni Malagò, profilo istituzionale e navigato, e Gianluca Caramanna, giovane di partito e più vicino agli equilibri interni. Ma prende quota anche un’altra ipotesi: che sia la stessa premier a tenere per sé la delega, per evitare contraccolpi parlamentari.
Tra Camera e Senato intanto la battaglia diventa campale. Il capogruppo dem a Palazzo Madama, Francesco Boccia, invoca: “Giorgia Meloni non può fare finta di niente, venga in Aula al più presto a dirci se è ancora in grado di governare”. A Montecitorio è il presidente dei deputati FdI, Galeazzo Bignami, a dare fuoco alle polveri: “Non accettiamo lezioni da chi fiancheggia chi prende a martellate i poliziotti o da chi è andato a inchinarsi ai mafiosi passando davanti alle loro celle mentre andava da Cospito”. L’invettiva prosegue: “Se voi aveste un po’ della moralità che ha dimostrato Giorgia Meloni, un po’ della sua schiena dritta forse ci risparmiereste qualche parola”. Nel pomeriggio, durante il question time, è il momento del Guardasigilli. Il ministro Carlo Nordio rende l’onore delle armi alla sua ormai ex capo di gabinetto: “Il suo gesto spontaneo dimostra un grande senso di responsabilità e confido che cessino definitivamente le polemiche”. Per quanto riguarda il suo futuro chiarisce: “La fiducia è già stata confermata dal governo e in prima persona dal presidente del Consiglio”. Sui banchi delle minoranze, è la dem Debora Serracchiani a continuare la marcatura a uomo: “Lei ha citato più volte Churchill, ci sono tante ragioni di onore e buon senso affinché faccia un passo indietro”. Insiste il deputato fiorentino Federico Gianassi: “È stato sfiduciato da 15 milioni di italiani, signor ministro, se ne vada anche lei, restare attaccato alla poltrona è accanimento terapeutico”.
A pochi metri di distanza, in Senato, il campo largo ottiene lo stop dei lavori della Commissione Giustizia, in attesa che venga risolto il caos a via Arenula provocato dalle dimissioni del sottosegretario Andrea Delmastro, oltre a quelle della Bartolozzi. Nel primo pomeriggio, la capitana del campo largo si fa intervistare dalla stampa estera a Roma. Elly Schlein attacca a tutto campo: “Puntiamo sull’alleanza generazionale che ha difeso la Carta”. Il “gerovital” di una coalizione rianimata dal gol referendario. Poi la botta di ottimismo: “L’alleanza progressista c’è già”. Dall’altra parte dello schieramento, è il responsabile Organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli, a spiegare il secondo tempo: “Giorgia Meloni non è una che si lascia logorare, se ci sono situazioni che rallentano o creano ostacoli all’azione di governo si rimuovono”. Il motto è: “Siamo chiamati non a scaldare la poltrona ma a dare risposte agli italiani”. A breve il primo banco di prova: la legge elettorale. Mette le mani avanti il viceministro Francesco Paolo Sisto: “È necessario dialogare con le opposizioni”. Per la maggioranza è il momento della verità: non è finita finché non è finita.
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