“Il terrore non è altro che la giustizia”. Come non pensare a Robespierre alla notizia della scarcerazione di Nicolas Sarkozy? Dopo venti giorni di carcere a La Santé, la Corte d’appello di Parigi ha accolto la richiesta di rilascio dell’ex presidente francese e gli ha commutato in libertà vigilata (contrôle judiciaire) la pena di cinque anni inflitta, in primo grado, per i finanziamenti illeciti che, durante la campagna elettorale del 2007, Sarkozy avrebbe ricevuto da Gheddafi.

Oggi, la decisione è giunta dopo che il Tribunale aveva fugato il rischio di manomissione delle prove, o di pressioni e collusione. All’imputato è stato imposto di non lasciare la Francia, però. Vietati anche i contatti con gli altri due condannati, i collaboratori dell’ex presidente Brice Hortefeux e Claude Guéant, e con Gérald Darmanin, attuale ministro della giustizia, che del resto Sarkozy ha incontrato durante queste settimane di detenzione. Circostanza che ha suscitato polemiche. Nell’ultimo interrogatorio, prima che gli si aprisse la strada della libertà, Sarkozy ha parlato della sua esperienza in prigione come di un incubo intollerabile che mai avrebbe immaginato di vivere a settant’anni. E ha poi dovuto spiegare la sua professione. Come un cittadino qualunque il cui fascicolo è appena arrivato sui tavoli dei magistrati. L’ex presidente è stato infine fermo su un principio: «Non confesserò mai qualcosa che non ho fatto».

Dalla lettura della sentenza a fine settembre a oggi, all’ex presidente non sono state risparmiate le forche caudine che più si addicono al leader finito improvvisamente in disgrazia. L’ironia della stampa – caduta di stile cui ha contribuito anche quella italiana – lo stuolo di fotografi all’ingresso del carcere il 21 ottobre scorso e poi l’umiliazione da parte degli altri detenuti. Mortificazioni di questo genere in Italia sono all’ordine del giorno. I casi di Formigoni e Cuffaro, passando per Alemanno, il cui diario sui social in questi mesi fa tanto parlare il mondo delle toghe, non hanno però intaccato né il problema delle condizioni carcerarie, né l’uso giacobino di deridere appunto la personalità pubblica una volta coperta di polvere. Il terrore che Roberspierre scambiava per giustizia oggi è porno-narrazione. Non c’è un patibolo da dove far cadere le teste, ma una ribalta internazionale che fa a pezzi una qualsiasi vittima. Se poi è un ex potente, il tribunale del popolo è ancora più spietato. E si guarda bene dal ricredersi nel caso una condanna in primo grado si trasformi in assoluzione.

Oggi scopriamo che questo meccanismo perverso funziona anche in Francia. Del resto la ghigliottina è di loro invenzione. In controtendenza con le dichiarazioni di soddisfazione espresse da buona parte del mondo politico francese – soprattutto di centro e di destra – l’ex avversaria di Sarkozy alle presidenziali del 2007, Ségolène Royal, ha chiesto una revisione a posteriori di quel voto. Battuta di cattivo gusto. Peggio ha fatto l’eurodeputata Manon Aubry di France insoumise, che se n’è uscita con un commento degno del più puro sanculottismo: “Se Sarkozy avesse vinto le elezioni del 2017, con quello che proponeva, oggi non sarebbe uscito di prigione”. In altre parole, chi ha un programma diverso da quello di France insoumise merita solo la galera.

L’affaire Sarkozy si aggiunge a una crisi francese è sempre più tentacolare. L’Assemblea nazionale sta compiendo ogni sforzo per approvare la legge di bilancio entro il 31 dicembre e così rimandare l’ingovernabilità al prossimo anno. Ci riuscirà. È quasi certo. Ma tra due mesi si tornerà a scrivere del governo Lecornu prossimo alle dimissioni. Seguiranno nuove pagine sulla polarizzazione destra/sinistra, fotocopia di una società altrettanto spaccata in due – a dieci anni dal Bataclan, non si è risolto nulla – e del lungo tramonto di Emmanuel Macron. A questo si aggiunge una magistratura che, come in Italia, è alla ricerca di nuovi confini, prerogative dilatate, maggiore visibilità. Un potere dello Stato, ha scritto Le Figaro, che non dimentica e che aspetta il momento giusto per regolare i conti aperti con la politica.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).