Si avvicina l’appuntamento del referendum e si schiera a favore della riforma una voce autorevole e riconosciuta. Quella dell’avvocato Gaetano Scalise, già presidente della Camera penale di Roma e attualmente responsabile giustizia di Noi Moderati.

Materialmente, cosa cambierà per i cittadini e per chi opera nella giustizia?
«Per i cittadini cambierà una cosa essenziale: avranno finalmente la garanzia di un giudice realmente terzo fin dall’inizio del procedimento. Oggi Pubblico ministero e Giudice appartengono allo stesso ordine, condividono carriera, valutazioni e organi di autogoverno. Con la riforma, questa commistione viene superata. Per gli operatori del diritto cambia soprattutto la chiarezza dei ruoli: il Pubblico ministero torna a essere pienamente parte processuale; il Giudice viene rafforzato nella sua funzione di arbitro imparziale. Non è una rivoluzione punitiva contro la magistratura, ma un rafforzamento dell’equilibrio del processo, nell’interesse di tutti».

Ci sono davvero motivi fondati per sostenere il No o si tratta solo di fake news?
«Le argomentazioni del No non reggono a un’analisi tecnica. Si sostiene che la riforma indebolirebbe l’indipendenza della magistratura o la lotta alla criminalità: non è vero. L’indipendenza del Giudice non viene toccata. L’autonomia del Pubblico ministero resta intatta. Cambiano solo i percorsi di carriera e di autogoverno. Molte paure sono costruite su scenari immaginari, spesso usati come argomento politico o corporativo. Il processo penale europeo funziona così da decenni, senza che nessuno parli di giustizia sotto controllo del potere politico».

Il rapporto tra Procure e giornali: intercettazioni, fughe di notizie, gogna mediatica. Cosa si può fare?
«Questo è uno dei veri nodi della giustizia italiana. Oggi l’indagine penale troppo spesso diventa narrazione mediatica, con effetti devastanti sulla reputazione delle persone, anche quando poi vengono assolte. Servono tre interventi chiari: responsabilità effettiva per la diffusione indebita di atti coperti da segreto; limiti stringenti alla pubblicazione di intercettazioni irrilevanti penalmente; un cambio culturale. La Procura non può essere un ufficio stampa. La separazione delle carriere aiuta anche qui, perché riduce l’asimmetria di potere tra accusa, Giudice e opinione pubblica».

È l’inizio di un percorso di riforma? Cosa dovrebbe fare il governo dopo il referendum?
«Spero proprio lo sia, ma soprattutto spero sia un cambio di approccio al processo. Dopo il referendum, il governo dovrebbe intervenire su almeno tre fronti: tempi del processo, che restano inaccettabili; responsabilità per gli errori giudiziari, oggi sostanzialmente inesistente; uso distorto delle misure cautelari, soprattutto nella fase delle indagini. La riforma serve a ricostruire fiducia, non a regolare conti con qualcuno».

Quanti casi di malagiustizia ci sono in Italia e da cosa dipendono?
«I casi sono molti più di quanto emerga dalle statistiche ufficiali. Non parliamo solo di errori clamorosi, ma di vite sospese per anni tra indagini, processi e assoluzioni tardive. Le cause principali sono automatismi nelle indagini preliminari, uso eccessivo di intercettazioni e misure cautelari, scarsa cultura del dubbio nella fase iniziale del procedimento. La vera malagiustizia non è solo la condanna ingiusta, ma il processo come pena, anche quando finisce con un’assoluzione».