Parlamentari, sindacalisti, figure chiave dell’informazione in campo
Scarpinato e non solo: un caso le querele che puntano a far chiudere i giornali. Adesioni alla campagna del Riformista
La campagna di sensibilizzazione lanciata dal Riformista sul tema delle querele temerarie lanciate dai magistrati – dopo il caso di quella di Roberto Scarpinato – continua a far parlare. La raccolta firme online sta crescendo e sono già decine le persone che hanno sottoscritto per sostenere le spese legali dell’udienza del 27 gennaio. Ieri abbiamo pubblicato una paginata in cui si riepiloga la cifra monstre delle richieste economiche dei magistrati all’editore del Riformista. Esorbitanti di per sé e certamente sproporzionate, ma anche molto diverse dalle cifre a cui si è condannati per diffamazione verso altri soggetti, non magistrati. Le persone normali, i cittadini senza toga, ricevono poche migliaia di euro di risarcimento, nel caso di sentenza favorevole.
I magistrati – con il rinvio a giudizio semiautomatico e la sentenza che pare spesso scritta a monte – si assegnano cifre che vanno dai cinquantamila ai duecentomila euro. En souplesse. Non si può non notare la contraddizione, dal punto di vista politico, del Movimento Cinque Stelle che di giorno predica bene, raccomandando in Parlamento di contrastare le querele temerarie, e di notte razzola malissimo, incoraggiando deputati e senatori pentastellati a farle. Una doppia morale che Il Riformista indica al centro di una campagna di mobilitazione diretta ai sindacati dei giornalisti, alla rappresentanza degli editori, al mondo della politica e alle istituzioni che di tutela dell’informazione si occupano o dovrebbero occuparsi. La situazione per cui un magistrato fa causa a un giornalista, facendolo convocare da un suo amico, collega o addirittura compagno di corrente, a prescindere dal contenuto dell’articolo, costituisce un’aperta violazione allo Stato di diritto. «È necessario che ci sia una norma di legge che metta dei limiti a tutela dell’azione giornalistica», dice per primo Agostino Saccà. L’ex direttore generale Rai è indignato.
«Chi svolge l’attività di giornalista è essenziale alla democrazia italiana, è una risorsa pubblica necessaria. E deve essere salvaguardata dal rischio dell’autocensura: se scatta un’angoscia di prestazione, si blocca tutto il sistema dell’informazione. Servono dunque – prosegue Saccà – delle norme che dicano esattamente fin dove ci si può spingere nel querelare un giornalista. Che il direttore Sansonetti, un galantuomo assoluto, deve essere condannato a pagare centomila euro, è una intimidazione vera e propria, oggettivamente. Chi si vede minacciato così, nel suo patrimonio, nel suo lavoro e nella sua libertà, con quale forza va avanti nel suo lavoro? Servirebbe una iniziativa bipartistan, quello della libertà di stampa e di informazione è un bene pubblico essenziale che si regge sul cuore, sul cervello e sul fegato del singolo giornalista. Preservarlo è nell’interesse supremo della democrazia».
Anche Biagio Marzo – un passato da dirigente socialista, promotore del Comitato Vassalli per il Sì al referendum e oggi collaboratore del Riformista – ha le sue grane. «La mia vicenda dovrebbe far capire molte cose. Nell’agosto 2024 ho scritto un articolo sulla morte di Ottaviano Del Turco. Ho citato il pool che aveva condotto le indagini e uno dei soggetti citati, oggi Procuratore a Chieti, mi ha querelato per diffamazione aggravata solo per averne citato il nome. Sto aspettando la sentenza del Gip presso la Procura di Campobasso. Il Procuratore capo l’aveva archiviata, ma ha trovato l’opposizione del legale del Procuratore di Chieti». Luigi Marattin, deputato e leader del Partito Liberaldemocratico: «Il diritto di cronaca, soprattutto se svolto su fonti aperte o addirittura giudiziarie e parlamentari, è costituzionalmente garantito ed è un cardine delle società liberaldemocratiche. Così come lo è il diritto che ogni cittadino ha di tutelarsi se si ritiene vittima di diffamazione. Tuttavia occorre vigilare quando queste azioni sono compiute contro giornalisti. È forte il rischio che ne derivi, magari senza volerlo, una intimidazione che sarebbe inaccettabile ».
E Francesco Storace, una lunga carriera tra giornalismo e politica, va dritto al punto: «Bisognerebbe impedire le querele dei magistrati giudicate da loro colleghi. Cane non morde cane». Riassume bene il quadro la deputata Deborah Bergamini, di Forza Italia: «Le querele temerarie rappresentano un freno alla libertà di espressione . Un conto è la sacrosanta tutela dell’onorabilità delle persone, principio che va sempre garantito; ben altro è utilizzare le azioni legali per intimidire e scoraggiare chi svolge il lavoro giornalistico. Le tutele esistenti spesso non sono sufficienti, per questo è opportuno avviare una riflessione seria sulla normativa, per garantire un equilibrio più efficace tra diritti fondamentali e difesa di chi informa nel vero senso della parola o esprime una critica tenendosi nel confine del buonsenso e della misura. Se da un lato, infatti le querele temerarie sono sbagliate, dall’altro lato è ancora troppo labile il confine tra la critica e l’invettiva, che spesso trascende nell’attacco personale. Anche su questo è necessario riflettere». Martedì se ne parlerà alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana con la segretaria, Alessandra Costante.
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