“Tutto quello che chiedo è un pezzo di ghiaccio in cambio della pace mondiale”. Come previsto, Donald Trump si è abbattuto sul Forum di Davos come un uragano. Dal palco della Congress Hall, il tycoon ha parlato per un’ora e 12 minuti confermando ancora una volta tutte le sue ambizioni e le sue idee riguardo la gestione del mondo. E tra attacchi, minacce, rivendicazioni storiche e sogni di gloria, i principali obiettivi del suo discorso-fiume sono stati due: la Groenlandia e l’Europa. Due obiettivi fortemente interconnessi: perché la sfida dei dazi iniziata dal capo della Casa Bianca scaturisce proprio dall’opposizione dei Paesi europei ai sogni Usa sull’isola artica. Con qualche leader che ha deciso di mandare alcuni (pochi) soldati a Nuuk e dintorni per dimostrare solidarietà alla Danimarca e al popolo groenlandese. E ieri, Trump è stato chiaro: “Se gli europei ci diranno di sì, allora saremo riconoscenti, e se diranno di no, ce lo ricorderemo”.

La questione, per il presidente Usa, è estremamente seria, anche se nel discorso ha suscitato più volte l’ilarità del pubblico per avere confuso Groenlandia e Islanda. Qualche osservatore confida ancora che le mosse di The Donald rientrino in un bluff dai contorni poco chiari. Ma le dichiarazioni di ieri da Davos non sembrano avere dato indicazioni in tal senso. Trump ha detto che gli Usa non permetteranno che la Groenlandia diventi “un parco giochi per potenze ostili”. Ha di nuovo chiarito di volere l’isola perché “non è una questione di acquisto, è una questione di sopravvivenza strategica per il mondo libero”. “Nessuna nazione, e certamente nessun gruppo di nazioni, è in grado di mettere in sicurezza la Groenlandia e l’Artico, a parte gli Stati Uniti” ha proseguito il tycoon, che spera che l’isola rientri nel suo Golden Dome per la difesa aerea. E dopo avere assicurato che saranno intrapresi negoziati immediati con la Danimarca – accusata di “ingratitudine” perché la Groenlandia le è stata restituita dagli americani dopo che era stata invasa, evitando che cadesse in mano tedesca nella Seconda guerra mondiale – l’unica concessione che ha fatto è stata quella di non volere ricorrere alla forza.

Troppo poco per Copenaghen, che ieri non ha potuto fare altro che ascoltare le parole del leader statunitense e ammettere che “l’ambizione del presidente rimane intatta”. La speranza del governo danese è che l’Europa non ceda di fronte alle minacce di Trump e faccia un fronte comune con un Paese membro dell’Unione europea e della Nato. Tuttavia, Washington ha già inviato segnali di avvertimento molto netti nei riguardi del Vecchio Continente. E ieri, il “j’accuse” verso l’Europa (in cui non è stato risparmiato nemmeno Emmanuel Macronche ha cercato di fare il duro”) è stato uno dei più duri di sempre. Per il capo della Casa Bianca, l’Ue è “un progetto che ha smarrito la sua strada”. L’Europa, che il presidente statunitense ha detto di “amare”, “non sta andando nella giusta direzione, intere zone di questo continente sono ormai irriconoscibili”. E tra i vari avvertimenti agli alleati, quantomeno sulla carta, Trump ha anche accennato con sarcasmo a chi ha rifiutato il suo invito a far parte del Board of Peace per Gaza, descrivendoli come coloro che restano alla finestra “a guardare il declino”.

Per The Donald, quindi, l’alternativa non c’è. Non esiste una terza via tra il mettersi contro le sue mire e l’accettazione passiva delle sue richieste. Nel mondo immaginato dal capo della Casa Bianca, esistono leader “intelligenti”, che “hanno capito che il vento sta cambiando” e leader che evidentemente non lo sono. E adesso, nessuno riesce a capire davvero quale sia il prossimo passo del tycoon. L’Europa è indubbiamente scossa. Ieri, Trump ha anche accennato al fatto che siano Ue e Nato (che ha garantito di non volere distruggere) a doversi occupare dell’Ucraina. Un Paese che continua a subire le bombe russe e il cui presidente, Volodymyr Zelensky, incontrerà oggi l’omologo Usa. Secondo The Donald, Vladimir Putin e Zelensky sarebbero “stupidi” a non concludere un accordo che vogliono entrambi.

Ma il timore di Bruxelles e delle cancellerie europee, dietro le dichiarazioni sopra le righe del capo della Casa Bianca, è che Washington inizi effettivamente a derubricare la guerra in Ucraina come un dossier secondario. Trump, in questa fase, ha fatto capire in modo esplicito che o ci si adegua ai suoi input o si è esclusi dal cerchio dei suoi interlocutori. E questo, come si vede per il Board per Gaza, rischia di declinarsi anche nel conflitto che ormai da quattro anni si combatte nel cuore dell’Europa.