C’è un punto esatto in cui una crisi umanitaria smette di essere raccontata e comincia a essere riscritta. Non accade più nei centri di propaganda o nelle retrovie dei servizi segreti, ma sugli schermi dei nostri telefoni, nei flussi incessanti dei social network, dove le immagini costruite dall’intelligenza artificiale si confondono con quelle reali. È qui che oggi si gioca una parte decisiva delle guerre contemporanee: non soltanto sul terreno, ma nella battaglia per la verità. La disinformazione è antica quanto il conflitto. Ma mai, come nell’era dell’IA generativa, la distanza tra verità e inganno è stata così sottile, così veloce, così capace di infiltrarsi nel discorso pubblico prima ancora che i fatti siano accertati. La crisi del Sudan lo dimostra con una chiarezza inquietante.

Nel Paese, dilaniato dalla guerra tra le forze governative e le Rapid Support Forces (RSF), l’intelligenza artificiale è diventata uno strumento di manipolazione capace di alterare la percezione globale del conflitto. Video e immagini deepfake, talvolta realizzati con una perizia che sfida persino gli occhi più attenti, hanno invaso lo spazio digitale, oscurando e talora sopravanzando le documentazioni autentiche raccolte da reporter, operatori umanitari e testimoni diretti. Questo flusso artificiale ha generato un duplice effetto. Da un lato ha alimentato una diffidenza generalizzata verso l’informazione, in un ecosistema già provato da anni di polarizzazione. Dall’altro ha reso ancora più opaco un conflitto che, per complessità e stratificazione, risulta difficile da decifrare anche per gli osservatori più esperti. Indagini condotte da BBC, Deutsche Welle, AFP e da altre redazioni di fact-checking hanno rivelato come molti dei materiali divenuti virali non provenissero affatto dal terreno: erano prodotti digitali generati da piattaforme di IA.

La dinamica è nota: più circolano contenuti falsificati, più il vero si indebolisce. È il cosiddetto liar’s dividend, il “dividendo del bugiardo”, per cui la proliferazione del falso genera un tale volume di dubbio da rendere sospette persino le testimonianze più solide. In Sudan questo meccanismo ha costruito una cortina di incertezza che ostacola la comprensione del conflitto e indebolisce la capacità della comunità internazionale di rispondere con tempestività. Il danno più grave non si misura però nelle timeline dei social network, ma sul terreno. Le organizzazioni umanitarie — che necessitano di informazioni affidabili, credibilità pubblica e sostegno finanziario — si trovano a operare in un ambiente saturato da narrazioni contraffatte. La diffusione di deepfake e ricostruzioni ingannevoli ha insinuato il sospetto anche verso gli appelli più legittimi, complicando la raccolta dei fondi e rallentando l’attivazione degli aiuti, già compromessa della revoca dei finanziamenti statunitensi.

La crisi sudanese, già fra le più severe al mondo, si trova così aggravata da una distorsione informativa che dilata i tempi decisionali e rende più fragili i corridoi umanitari. In un contesto in cui la rapidità può determinare la sopravvivenza di intere comunità, il dubbio generato artificialmente non è un problema astratto: è un ostacolo concreto alla salvezza. In Sudan, come in molti conflitti del XXI secolo, la realtà non è soltanto sotto attacco: è in competizione diretta con la sua replica artificiale. E quando il falso diventa plausibile quanto il vero, a essere messa in discussione non è solo l’informazione, ma la possibilità stessa di vedere — e riconoscere — la sofferenza.

Contrastare l’uso dell’intelligenza artificiale per manipolare le guerre non significa difendere una purezza teorica del discorso pubblico. Significa impedire che la nebbia digitale diventi un’arma di distrazione di massa, capace di rallentare i soccorsi, confondere i decisori, indebolire la risposta internazionale. Significa, in ultima analisi, evitare che il mondo assista a tragedie reali come se fossero soltanto l’ennesimo reel da scorrere e dimenticare. Oggi, la verità non è mai stata così vulnerabile. Né così indispensabile per salvare vite.

Filippo Rigonat

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