A brigante, brigante e mezzo: il tavolo da gioco stavolta è quello della Sea Watch. Il “rilancio” lo ha comunicato ieri il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: “Anche in questo caso impugneremo la sentenza”. Il ragionamento è più complesso: “Noi fino ad adesso, e continueremo a farlo, abbiamo praticato il confronto per questo tipo di sentenze, valorizzando il nostro sistema che prevede tre gradi di giudizio”. Poi l’affondo decisivo: “Quando è stato possibile, lo abbiamo impugnato”. La questione è scoppiata dopo la decisione dei giudici di stabilire un risarcimento di 76mila euro alla nave comandata da Carola Rackete. Sul fatto nei giorni scorsi era intervenuta anche la presidente del Consiglio con un video.

Solo il nome dell’attivista tedesca ha il potere di ravvivare Matteo Salvini, come il toro che vede rosso. Così il leader della Lega liquida la questione: “Se tornerò al Viminale con me Rackete non avrebbe vita facile”. In soccorso arriva il capogruppo di Forza Italia in Senato, Maurizio Gasparri: “I giudici a nostro avviso hanno sbagliato più volte nelle sentenze in tema di immigrazione”. Pacato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: “Il diritto è il diritto, quando è possibile impugnare una decisione si può fare, non significa alzare i toni”.

Il tema naturalmente impatta con il referendum del 22-23 marzo sulla giustizia. Succede proprio a Palermo: il battibecco tra il presidente degli avvocati Dario Greco e il presidente del Tribunale del capoluogo siciliano Piergiorgio Morosini, durante un confronto sull’ormai prossima consultazione. Dice Greco: “Le chiedo una voce forte della magistratura per dire che non è vero che tutti quelli che votano Sì sono indagati, impuniti, massoni deviati”. Replica Morosini: “Io non sarei qui presente oggi se non credessi nella piena legittimazione di coloro i quali sostengono il Sì”. Una risposta che non soddisfa il presidente degli avvocati: “Io ho affermato la solidarietà nei confronti della giudice sul caso Sea Watch, però non ho sentito nulla sulle parole di Gratteri”. Il procuratore capo di Napoli torna in un’altra polemica di giornata. L’alfiere è una notissima esponente dei comitati per il No, Rosy Bindi, che riprende l’invettiva di Gratteri. “Nel merito, è difficile attaccare chi sostiene che questa riforma indebolisce la magistratura, che è una riforma che piace ai mafiosi e ai massoni deviati”, spiega l’ex ministra Pd in un’intervista a Repubblica.

È la linea decisa dal Nazareno, giochiamoci il tutto per tutto. Alza il tiro anche Dario Franceschini, sulle colonne del “Domani”: “Il referendum è molto più di una semplice battaglia politica. È una battaglia culturale e valoriale”. Poi la chiamata alle armi: “Lancio un appello: si mobiliti tutta la società italiana, la portata della vittoria del Sì o del No sarà enorme”. Fa un salto sulla sedia la deputata di Forza Italia, Isabella De Monte: “Il Pd ha la licenza di offendere?”. Nel coro degli ultras, emerge la voce della deputata M5S, Valentina D’Orso: “Attaccare, delegittimare e isolare il procuratore Gratteri è il regalo più grande che si possa fare ai boss della criminalità organizzata”. Torna l’accusa a Giorgia Meloni e al Guardasigilli Nordio: “È un’operazione di una gravità inaudita. A suo tempo la subirono proprio Falcone e Borsellino”. Tra le fila della maggioranza, il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, resta sul contenuto: “La separazione delle carriere serve a garantire un arbitro davvero diverso da chi accusa e da chi difende”. Sceglie un’altra visuale il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso: “Se vota la maggioranza degli italiani, vince il Sì”.

Ad un mese dall’Armageddon, il terreno di battaglia è proprio questo: l’affluenza alle urne determinerà l’esito. Il campo largo rievoca un motto della Prima Repubblica: “Andate al mare”. Il centrodestra si misura con un traguardo impegnativo: motivare il proprio elettorato. La disfida di marzo, questione di zoccoli duri. Chi convince più persone a recarsi ai seggi scrive il verdetto. E vince la partita.