Arresti, sospensioni e controlli sull’informazione
Senegal, ondata di repressioni contro giornalisti e media indipendenti: il rischio di un Piano Mattei senza democrazia
Ue e Italia dovranno valutare se privilegiare gli accordi economici o se difendere i diritti civili
Quando fra marzo e novembre del 2024 si sono svolte le elezioni presidenziali e parlamentari in Senegal, entrambe vinte ampiamente dai candidati del partito di opposizione sovranista Pastef, gli osservatori di vicende africane hanno evidenziato un aspetto particolarmente positivo: nella turbolenta Africa occidentale, a differenza di quanto accaduto con i colpi di Stato militari degli Stati del Sahel, lo spirito politico riformatore e il sentimento anti-francese della popolazione senegalese si erano comunque espressi per via democratica e costituzionale.
Le istituzioni avevano retto alla prova della forte contestazione popolare e giovanile nei confronti dell’ex presidente Macky Sall, e al suo dissennato, estremo tentativo di ricorrere alle forze di sicurezza per reprimere il movimento di opinione contrario al vecchio sistema di potere, causando decine di vittime sulle strade di Dakar. Per il nuovo presidente Bassirou Diomaye Faye e per il primo ministro da lui nominato, Ousmane Sonko – entrambi dirigenti del Pastef e arrestati all’epoca di Sall come attentatori dell’ordine costituito – si apriva un periodo di profondi cambiamenti di orientamento nazionalista e di rottura rispetto al passato, ma nel rispetto dei princìpi e dei valori democratici.
Pur con approcci differenti – più moderato Faye, più radicale Sonko – entrambi hanno avviato una serie di riforme ispirate alla trasparenza dei conti pubblici, a una politica maggiormente etica e a una valorizzazione delle risorse economiche nazionali, sintetizzata nel “Piano di rilancio economico e sociale” pubblicato nell’agosto scorso. Secondo lo spirito sovranista in voga in tutta la regione, sebbene con maniere più soft che in Niger e Mali, anche il Senegal ha interrotto la collaborazione militare francese e chiuso la principale base di Parigi nel Paese, denominata Bel Air.
L’ondata riformista si è però rivolta negli ultimi mesi contro la stampa nazionale, con l’adozione di una serie di misure via via più restrittive del governo nei suoi confronti; in un Paese abituato a una certa effervescenza della carta stampata e dei social network – ereditata ad ogni modo dalla Francia e non certo da Cina, Russia e Paesi del Golfo – la graduale imposizione di controlli e censure per tenere a freno le critiche all’esecutivo ha immediatamente suscitato nella pubblica opinione un sentimento diffuso di fastidio, di cui stanno cercando di approfittare i fautori della vecchia guardia, fra cui ovviamente l’ex Capo di Stato Macky Sall e i suoi fedelissimi.
Chi si mostra particolarmente allergico alle osservazioni dei giornalisti è il primo ministro Ousmane Sonko, fondatore carismatico, provocatorio e caustico del Partito Pastef: è arrivato recentemente ad affermare, di fronte ai deputati dell’Assemblea Nazionale, che se fosse per lui, l’indipendenza della stampa sarebbe ridotta ai minimi termini, e che ad ogni modo nella legislazione “esiste il diritto alla libertà di espressione, ma non alla libertà dopo essersi espressi”, frase che è apparsa eccessiva ai suoi stessi sostenitori.
Negli ultimi mesi sono stati arrestati in Senegal, per periodi comunque brevi, una decina di noti giornalisti della carta stampata e delle tv private, quasi sempre con l’accusa di “offesa alle più alte cariche dello Stato” o di diffamazione e diffusione di notizie false, in contrasto con il Codice di Condotta per la Stampa, adottato dal Ministero della Comunicazione nell’aprile di quest’anno. Sempre a causa di un’asserita difformità alle indicazioni del Codice, oltre 350 società dei “media” senegalesi non sono risultate riconosciute formalmente dal citato dicastero, e di conseguenza sono state sospese dall’attività.
Ha destato altresì impressione nell’opinione pubblica senegalese il tentativo di arresto, alcuni giorni fa, nei confronti del proprietario del gruppo Avenir Communication ed editore del giornale Le Quotidien, Madiambal Diagne, molto noto localmente, e decisamente critico nei confronti dell’esecutivo di Sonko. Accusato in realtà di corruzione e storno di fondi pubblici per un affare immobiliare, è comunque riuscito con un escamotage a transitare prima in Gambia (Stato limitrofo) per poi recarsi in aereo a Parigi, da cui intende proseguire le sue battaglie editoriali e la propria difesa. Diagne è tra l’altro il presidente onorario dell’Union de la Presse Francophone, quindi un personaggio di rilevante spessore, anche all’estero; colpito da un mandato di arresto internazionale emesso dalla giustizia senegalese, è stato infine liberato dalle competenti autorità francesi, ma con il divieto di lasciare il Paese.
Le accuse di corruzione rivolte contro Diagne si inseriscono peraltro in un contesto politico molto più ampio e scivoloso, cioè l’accusa di alto tradimento da parte del governo senegalese all’ex presidente Macky Sall per aver nascosto per sue finalità speculative una quota considerevole del debito pubblico del Senegal, ciò che sarebbe alla base del suo rilevante declassamento sui mercati obbligazionari internazionali, e dei giudizi negativi sulla conduzione delle finanze pubbliche da parte del FMI e della Banca Mondiale.
Le tensioni crescenti in Senegal avvengono proprio mentre si è svolta un’importante visita dei ministri italiani Tajani e Piantedosi a Dakar. Il Senegal resta uno degli Stati fondamentali del continente, e uno dei pochi (con Zambia e Tanzania) a non aver mai sperimentato dall’indipendenza alcun colpo di Stato. È anche in considerazione della sua lunga tradizione di buon governo e di rispetto per i valori costituzionali che è stato recentemente aggiunto fra i Paesi target del Piano Mattei. Il mantenimento degli assetti democratici e liberali è certamente importante per il popolo senegalese, ma dovrebbe esserlo anche per l’Italia e per l’Europa, in un’Africa sempre più affetta dal virus dei Generali e delle autocrazie al potere. Una visione davvero “paritaria e non predatoria” del rapporto con l’Africa implica anche una priorità conferita da entrambe le parti ai diritti fondamentali e allo Stato di diritto.
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