Le ragioni di un Sì
Separazione delle carriere, le dichiarazioni difensive di Adriano Sofri sono ancora una lezione
Undici anni da imputato, condannato per un omicidio mai commissionato, Adriano Sofri interviene nell’udienza del 18 gennaio 2000 del processo di revisione celebrato presso la Corte d’Appello di Venezia. È l’ultima udienza dell’ultimo grado di giudizio, prima che un’ultima sentenza lo condanni definitivamente.
Un inciso, nelle dichiarazioni difensive di Sofri, riporta alla perenne attualità della questione giustizia. Riguarda la separazione delle carriere, di cui anche al tempo si discuteva. Sofri si dice agnostico nel merito della separazione ma aggiunge un “ma”, enorme. “Quando il Presidente del dibattimento di primo grado, Manlio Minale, conduce il procedimento nei nostri confronti essendo già stato assegnato come Procuratore aggiunto alla Procura di Milano – dice Sofri – siamo in un caso in cui il Presidente, mentre sta ora giudicando noi, sta giudicando l’operato dei suoi colleghi in un processo in cui la Procura si è esposta moltissimo”. Il “ma” di Sofri indica l’abisso tra la giustizia ideale raccontata dai magistrati – che non esiste – e la giustizia reale, che deve far paura proprio a chi non ha nulla da cui doversi difendere.
L’incubo di Sofri, Pietrostefani e Bompressi inizia a fine luglio 1988, sedici anni dopo l’assassinio del commissario Calabresi, avvenuto il 17 maggio 1972. I tre, che all’epoca del crimine erano massimi dirigenti di Lotta Continua, vengono accusati sedici anni dopo il fatto da un loro compagno, l’attivista Leonardo Marino, che si autodenuncia dell’omicidio e chiama i tre ex compagni in correità. La versione di Marino contraddice quella dei testimoni oculari del tempo, non trova riscontri nelle investigazioni, cambia via via che le “confessioni” vengono smentite dalle difese. Eppure Marino non smette di essere creduto.
Dopo la condanna in primo grado come mandante dell’omicidio Calabresi, Adriano Sofri rinuncia all’appello. Era certo che l’assenza di prove e la natura calunniosa delle accuse di Marino fossero così manifeste che l’unica decisione possibile per la Corte d’Assise d’Appello di Milano fosse l’assoluzione piena. L’ex leader di Lotta Continua non si presenta al processo, rinuncia a difendersi in aula e in effetti l’assoluzione arriva. Sofri e i co-imputati, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, vengono assolti dalla condanna di omicidio per la quale avevano già scontato una parte, ancora minima, della condanna a 22 anni, 24 per Bompressi, il cosiddetto esecutore materiale.
La Corte d’Assise aveva deciso in maggioranza per l’assoluzione degli imputati, ma il Presidente era per la condanna. Così, nel redigere le motivazioni, il giudice argomentò per centinaia di pagine le ragioni della colpevolezza degli imputati, relegando a quattro paginette finali i motivi dell’assoluzione. Una sentenza così contraddittoria e insostenibile sul piano logico da essere considerata un deliberato atto suicida. Il magistrato voleva che il giudizio fosse annullato dall’Alta Corte di Cassazione, come in effetti fu.
Il processo durò undici anni. Si concluse definitivamente nel 2000, con il rigetto della richiesta di revisione proposta dalla difesa e ammessa dalla Corte di Cassazione. Sofri, Bompressi, Pietrostefani furono consegnati alla storia come colpevoli di omicidio con sentenza definitiva, sebbene l’intero processo abbia dimostrato solo la paradossale mendacia di un personaggio misero e truffaldino, un finto pentito che avrebbe dovuto essere processato per calunnia, non incensato delle stigmate del santo, come invece incredibilmente fu. “Se dovessi essere condannato, combatterò questa ingiustizia fino all’ultima stilla di vita”. Così Adriano Sofri, l’8 gennaio 2000, innanzi la Corte d’Appello di Venezia, prima dell’ultima ingiusta sentenza di condanna.
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