Bettino Craxi diceva che la politica non ammette vuoti. Negli ultimi suoi anni, vide con orrore che il vuoto era diventato la politica stessa. A riempirlo, due poteri: quello giudiziario e quello populista. Un terreno ormai incolto, in balia di estremismi sempre crescenti e sempre meno controllabili. Oggi in quel vuoto arriva sua figlia Stefania.

Nuovo capogruppo di Forza Italia al Senato, ma soprattutto volto di un progetto voluto da Marina Berlusconi. Due figlie d’arte che non hanno nel Dna la conservazione. Perché il loro partito una via comoda ce l’ha: una rendita di posizione fruttuosa, garantita dal balbettio litigioso dei partitini liberali e da un buon insediamento sul territorio. Una sorta di reddito di cittadinanza della politica centrista. Ma Craxi e Berlusconi hanno mai pensato di fermarsi? E soprattutto, oggi ci si può permettere di farlo, quando basta che un pugno di elettori smetta di astenersi per travolgere ogni equilibrio?

Stefania Craxi ha il temperamento e la storia per il cambio di passo. Per ora, opera sotto l’ombrello protettivo di Antonio Tajani. Ma non è fatta per la routine. “Moderato sarà lei”, amava dire a chi le chiedeva conto della scelta di Forza Italia, compiuta circa due decenni fa. Oggi potrebbe essere la donna della discontinuità, della rottura. Perché rimette in campo un valore che in Italia è diventato quasi impronunciabile: un riformismo laico non intimidito o passivo, non subalterno né alla cultura del sospetto né a quella della pura gestione. Una tradizione che ha sempre tenuto insieme l’idea di Stato e la difesa delle libertà. Conta la persona, ma anche ciò che rappresenta, e cioè una visione che negli ultimi anni – attraversati da rottamatori, capitani e apritori di scatolette di tonno – è stata sistematicamente espulsa dal dibattito. Una linea che non accetta che la politica sia commissariata da emozioni collettive o slogan identitari.

Il referendum sulla magistratura è già il passato. Nel fumoso orizzonte politico italiano, la destra oscilla fra Trump e von der Leyen e produce il Generale Vannacci, mentre la sinistra disegna un sodalizio che promette di abbandonare l’Ucraina al suo destino e assecondare un ceto giudiziario che si fa casta intoccabile. Lo spazio è qui. Nell’ancoraggio solido all’Occidente e all’Europa, e nelle questioni sociali irrisolte. Una nuova Forza Italia riformista potrebbe iniziare a scrivere un nuovo contratto politico, un nuovo patto di diritti e doveri che cancelli l’apartheid geografico e anche generazionale che sta annebbiando il futuro.

Occorre pensare in grande, e magari anche pensare che questo Paese non ha mai fatto passi avanti nelle gabbie del “di qua o di là”. Ha conosciuto il progresso vero sempre e solo in quell’area complessa ma vitale che sta al confine fra il centro e la sinistra. Ci sono tanti italiani che attendono quel segnale: tornare a credere in un progetto di Italia possibile e non nel tifo sguaiato che mescola moralismo, paura e inni alle manette.