La transizione industriale italiana entra in una fase di incertezza che rischia di pesare direttamente sulla propensione agli investimenti del 2025, con centinaia di imprese sospese in un limbo regolatorio e finanziario. Il nodo è quello dei crediti d’imposta di Transizione 5.0, per i quali le richieste hanno ampiamente superato le risorse disponibili, creando una lista d’attesa che potrebbe durare almeno altri due mesi. A oggi, a fronte di una dotazione effettiva di 2,75 miliardi di euro, tra fondi PNRR già stanziati e risorse aggiuntive previste dal decreto legge 5.0, le domande potenziali legate a progetti 2025 sfiorano i 4,8 miliardi.

Il risultato è un evidente scollamento tra aspettative delle imprese e capacità di copertura pubblica, aggravato dalla scelta della legge di bilancio di destinare 1,3 miliardi aggiuntivi al meno generoso piano Transizione 4.0, lasciando invece invariata la dote del 5.0. Per molte aziende che avevano esercitato l’opzione più avanzata e conveniente, con crediti fino al 45%, si profila così una retrocessione automatica verso il 4.0, che arriva al massimo al 20%. Una possibilità prevista dalla normativa, ma vissuta come un declassamento sostanziale, soprattutto per chi ha già impostato investimenti con una forte componente di efficientamento energetico, elemento centrale del 5.0 e meno valorizzato negli altri strumenti.

Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy punta ora a prendere tempo, attendendo la fine di febbraio, quando il quadro dei progetti effettivamente completati sarà più chiaro grazie all’obbligo di comunicazione ex post. Solo allora sarà possibile capire quante risorse si libereranno e se una parte delle imprese oggi escluse potrà rientrare. Sul tavolo resta anche l’ipotesi di un trasferimento verso il nuovo iperammortamento introdotto in manovra per il periodo 2026-2028, ma la strada è tutt’altro che lineare: la diversa natura degli investimenti, l’esclusione di chi non genera utili e i tempi lunghi dei decreti attuativi rischiano di ridurre l’efficacia della soluzione.

A complicare ulteriormente il quadro interviene la clausola sui beni agevolabili, che limita i benefici a quelli prodotti nell’Unione europea o nello Spazio economico europeo. La bozza di decreto attuativo predisposta dal Mimit e trasmessa al Ministero dell’Economia e delle Finanze introduce un alleggerimento, ammettendo i beni che abbiano subito in Europa l’“ultima trasformazione sostanziale”, ma la misura continua a essere giudicata penalizzante da imprese e associazioni, soprattutto per l’impatto su macchinari ad alta tecnologia di origine extra Ue. Un ordine del giorno di Forza Italia, accolto dal governo, impegna l’esecutivo ad ampliare la platea ai Paesi Efta e G7, mentre sul piano amministrativo si valuta un chiarimento che consenta l’uso di componenti extra europee purché assemblate nello Spazio economico europeo.
Nel frattempo, il percorso attuativo resta lungo: servono la firma dell’Economia, il vaglio della Corte dei conti e ulteriori decreti direttoriali per rendere operativa la piattaforma, mentre per le imprese aumentano gli oneri documentali, tra tre comunicazioni obbligatorie, perizie tecniche e certificazioni contabili. I controlli saranno affidati al Gestore dei Servizi Energetici, con obblighi di conservazione della documentazione fino a dieci anni e cause di decadenza che includono cessioni e delocalizzazioni.

Il messaggio che arriva dal mercato è chiaro: l’eccesso di domanda segnala un interesse reale per la transizione digitale ed energetica, ma l’incertezza sulle regole e sulle risorse rischia di trasformare uno strumento strategico in un freno agli investimenti. Per evitare che il 2025 diventi un anno di occasioni mancate, servirà una soluzione politica e tecnica capace di riallineare obiettivi industriali, vincoli di bilancio e tempi amministrativi, restituendo alle imprese una cornice di prevedibilità senza la quale anche gli incentivi più ambiziosi perdono efficacia.

Cesare Giraldi

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