Donald Trump aveva creduto fortemente che al suo ritorno alla Casa Bianca il mondo potesse ritornare indietro di quattro anni. Ma così non è stato. Perché i quattro anni che hanno spezzato i due mandati di Trump hanno cambiato non solo il volto degli Stati Uniti ma anche quello del mondo intero. Quattro anni che pesano come un macigno e in cui è successo praticamente di tutto (dentro e fuori dallo steccato occidentale), ma soprattutto in cui si è rotto definitivamente l’equilibrio sorto dopo la guerra fredda e nel corso dei primi anni duemila.

Così The Donald ha ipotizzato che bastassero le sue indiscusse capacità negoziali per fermare il tempo, appagare i contendenti e chiudere le partite aperte, ma ha finito con l’imparare una lezione di “storia” fondamentale: ci sono ragioni più profonde del profitto. Perché ci sono popoli che seguono strade diverse, e Nazioni che inseguono i propri fantasmi. Ed anche gli Stati Uniti non ne sono immuni del resto. Il Tycoon si è proposto come il pacificatore, ma ha scoperto che per altri la pace non è un’opzione obbligata, e che la guerra in sé non è sbagliata. Ha visto un’idea di mondo confrontarsi con un’altra e in mezzo il cripto passo del Dragone, incarnato dallo sguardo inanimato di Xi Jinping, l’uomo che a sua volta si pensa e vuol essere descritto come il nuovo timoniere.

Donald Trump si è immaginato come l’uomo delle certezze granitiche, in grado di plasmare la storia cosi come ha sempre fatto nel mondo degli affari. Ma anche qui ha scoperto di essere un traghettatore, con il compito non di plasmare ma di salvaguardare ciò che resta di un mito che è poi il principio fondativo dell’impero americano. Non si può rinunciare alla propria essenza, non si può abdicare da un ruolo che è connaturato nelle pieghe più profonde del popolo americano. Cosi tassello dopo tassello, Trump si prepara a giocare le sue pedine nella nuova guerra fredda, e dopo l’Ucraina e l’incubo Taiwan, il cento della contesa si sposta sul Venezuela, in quell’America latina dove gli Stati Uniti rivedono i propri fantasmi.

Trump non ama la guerra, e non ama rischiare la vita dei suoi soldati. Resiste per quello che può ai sussurri dei falchi, ma sa bene che prima o poi la mossa andrà fatta e che il destino dell’America e forse di quello che ieri come oggi è il mondo libero passa dalla sua decisione. Tutto ha un prezzo, il problema è che lo abbiamo dimenticato, figli come siamo di una generazione che ha ereditato tutto, e che ora è minacciata da chi ha perso tutto e rivuole con la forza il suo posto nella storia.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.