L'editoriale
Trump e il petrolio che risveglia antichi dissapori
È indubbio che l’operazione di Trump in Venezuela ha assunto un carattere geopolitico ed ha creato un terremoto nel rapporto fra Paesi produttori e le compagnie petrolifere dei paesi occidentali, in particolare con le multinazionali americane. Bisogna tuttavia tener presente che Trump ha davanti a sé due problemi concreti da gestire, ovvero l’approvvigionamento di prodotti petroliferi (soprattutto di benzina) sul mercato americano e la difesa del dollaro e del controllo del prezzo del petrolio.
Gli USA consumano circa 20 milioni di barili al giorno di prodotti petroliferi, di cui 10 solo di benzina. Il sistema di raffinazione dispone di una capacità di 15 milioni di barili al giorno. Mancano quindi, strutturalmente, 5 milioni di barili al giorno di prodotti. A partire dal 2000 è stata introdotta una legislazione ambientale (Clean Air Act) che ha reso impossibile al sistema di raffinazione di produrre 10 milioni di barili al giorno di benzine di alta qualità. Ne producono solo 4 milioni. Il resto viene reso disponibile attraverso l’importazione di benzine di alta qualità (dal Venezuela, dal Messico e dall’Europa) che vengono mescolate con quelle prodotte dalle proprie raffinerie. Questo processo non è stabile e diviene sempre più difficile. Infatti, le compagnie petrolifere hanno abbondonato gli impianti ed hanno chiuso quasi metà della capacità complessiva. Contemporaneamente, gli Usa hanno aumentato la produzione di shale oil, molto leggero e che non può essere raffinato negli impianti americani, a meno che sia mescolato con il greggio pesante tipo venezuelano. Le sanzioni all’esportazione di petrolio venezuelano, destinate a colpire Cina e Cuba, hanno finito per bloccare anche le esportazioni verso gli Usa, facendo mancare quel greggio importante per le proprie raffinerie.
La lettura delle statistiche americane va compresa bene. Gli Usa esportano sia petrolio che benzine non perché abbiano raggiunto l’indipendenza energetica e ne abbiano in eccesso ma solo perché sono costretti a esportare ciò che non è utilizzabile sul mercato interno, ovvero shale oil extra leggero e benzine di bassa qualità inquinanti (verso il Sud America, l’Africa e Medio Oriente). Contemporaneamente devono importare petrolio dal Canada (42% delle raffinerie vivono di petrolio canadese), dal Venezuela e dal Messico.
Trump ha cercato di convincere le compagnie ad investire nella raffinazione, ma di fronte al loro rifiuto totale, ha deciso di trovare una scorciatoia praticabile appropriandosi del petrolio e della benzina venezuelana, mentre il Canada rimane un capitolo ancora aperto. Il Venezuela è quindi un paese chiave per l’equilibrio del sistema di approvvigionamento nazionale di prodotti petroliferi (benzine, gasolio, Jet fuel). Completata l’operazione Maduro, nella conferenza stampa, Trump si è lasciato andare e ha lanciato messaggi che vanno molto al di là del Venezuela. Ha, infatti, messo in discussione il principio base dei rapporti contrattuali come si sono evoluti dopo la fine del periodo coloniale, secondo cui la proprietà delle riserve minerari appartiene al paese in cui si trovano.
Trump ha dimenticato che il Venezuela non è un francobollo isolato nel Sud America ma è un paese OPEC, di cui adotta gli stessi principi e regole sulla proprietà delle risorse minerarie e le concessioni di produzione alle compagnie. L’affermazione che il petrolio venezuelano, affidato con un contratto di concessione alle compagnie americane, è di proprietà americana ha messo in allarme “tutti” i paesi produttori del mondo suonando come il ripristino del diritto coloniale del secolo scorso. E questo è il vero punto di debolezza dell’azione di Trump, perché ha indebolito la sua battaglia per la difesa del dollaro e il controllo del prezzo del petrolio. Non dimentichiamo che la Russia è il soggetto trainante dei BRICS, e che, a causa delle sanzioni, ha aperto la strada al trading alternativo di petrolio, basato su Benchmark alternativi, come il Dubai e l’Abu Dhabi, e su valute diverse dal dollaro, come lo Yen cinese e la Rupia indiana. Le recenti frizioni fra Arabia Saudita ed Emirati vanno ricercate anche qui.
La nascita del Brent come Benchmark mondiale del petrolio, nel 1988, fu un grande risultato della Thatcher e di Reagan, che strappò il controllo del prezzo all’OPEC e lo consegnò alle borse di Londra e New York. Trump rischia ora di distruggere questa conquista fondamentale. Le dichiarazioni di Trump rafforzano sia queste tendenze già in atto sia il sentimento antiamericano, fortemente temuto dalle compagnie petrolifere americane, che vogliono mantenere il profilo di aziende di mercato indipendenti, apprezzate nel mondo per la loro professionalità e le loro tecnologie. È molto improbabile che le compagnie americane si precipitino in Venezuela ad investire. Magari cercheranno di recuperare i vecchi crediti ma si fermeranno lì, per il momento. In Iraq, le Majors americane stanno entrando solo ora, dopo 20 anni dall’occupazione di Bush. Il capitolo Venezuela piomba su questo scenario amplificando le tensioni già in essere.
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