Donald Trump è convinto che la guerra in Iran stia ormai volgendo al termine. E nelle ultime dichiarazioni il presidente degli Stati Uniti ha decisamente cambiato narrativa. Dopo avere evitato anche il termine “guerra” preferendogli “operazione militare” (cosa che ha fatto storcere il naso a molti per l’assonanza con l’operazione militare speciale di putiniana memoria), ha parlato di “escursione”, poi addirittura di un “piccolo detour”. Una deviazione che “finirà presto”. E queste parole sono arrivate insieme alle dichiarazioni dell’inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff, che ha confermato la proposta di 15 punti inviata a Teheran e di avere visto “segnali forti” che indicano che l’Iran vuole stipulare un accordo di pace con gli Stati Uniti.

“Abbiamo segnali forti che ci dicono che questo è possibile”, ha dichiarato Witkoff, secondo cui la Repubblica islamica era in possesso di “460 chilogrammi di materiale arricchito al 60%, una quantità sufficiente per fabbricare 11 bombe atomiche”. E proprio sull’atomica, Trump è stato ancora una volta netto: “L’Iran ha la possibilità di abbandonare definitivamente le sue ambizioni nucleari e di tracciare un nuovo percorso per il futuro. Vedremo se vorranno farlo. Se non lo faranno, saremo il loro peggior incubo”. E Trump non ha risparmiato anche pesanti critiche nei riguardi della Nato, dicendosi “deluso” del mancato aiuto e ribadendo che gli Usa “non dimenticheranno” quello che doveva essere “un test” per l’alleanza. Tra retorica muscolare e minacce, le trattative, in ogni caso, proseguono. Teheran ha assicurato di avere inviato una risposta a Washington. Lo stesso Trump ha svelato il “regalo” di cui parlava nei giorni scorsi, dicendo che la Repubblica islamica ha permesso il passaggio di una decina di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz. Israele avrebbe anche rimosso il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf dagli obiettivi dei raid, proprio come segnale di non ostacolare il dialogo voluto da Washington. Il problema, però, è che nessuno riesce davvero a fidarsi di questi contatti.

L’Iran continua a lanciare missili su tutto il Medio Oriente, e le sirene d’allarme hanno risuonato tutto il giorno in tutto Israele. Idf e aviazione Usa, a loro volta, hanno proseguito i bombardamenti sull’Iran. E ieri è stato ucciso anche il comandante della Marina dei Pasdaran, l’ammiraglio Alireza Tangsiri. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha avvertito i Guardiani della Rivoluzione: “Le forze armate israeliane vi daranno la caccia e vi elimineranno uno per uno”. E come ha confermato anche Katz, l’uccisione di Tangsiri è “un messaggio importante ai nostri alleati americani, come espressione dell’assistenza dell’Idf per la riapertura di Hormuz”. E mentre prosegue il dialogo indiretto tra Iran e Stati Uniti, il Pentagono continua ad aumentare il numero di truppe dispiegate nel Golfo Persico per fornire a Trump più opzioni possibili. Secondo Axios, i militari starebbero elaborando dei piani per infliggere il “colpo finale” all’Iran. Uno scenario che si concretizzerebbe qualora dovessero naufragare i colloqui tra le due potenze o se dovesse rimanere chiuso Hormuz (per ora passano navi cinesi, indiane, russe e irachene). Ma anche uno strumento per consentire a Trump di dichiarare vittoria e uscire il prima possibile dal conflitto.

Un’opzione è quella di invadere l’isola di Kharg, il centro nevralgico dell’export del petrolio iraniano. Una seconda idea è quella di prendere le isola di Larak o quella di Abu Musa, strategiche per il controllo di Hormuz. Il Pentagono starebbe anche valutando la possibilità di sequestrare le navi iraniane che esportano petrolio. Infine, Trump potrebbe anche optare per uno scenario più rischioso: operazioni di terra con le forze speciali per assicurarsi l’uranio arricchito di Teheran racchiuso nelle viscere di impianti già bombardati. The Donald potrebbe però anche decidere di lanciare attacchi aerei su vasta scala, probabilmente con una potenza di fuoco senza precedenti, per distruggere totalmente le centrali, i centri di ricerca e fabbriche legati al programma nucleare iraniano.