Di fronte a quanto sta avvenendo nelle redazioni di Repubblica e La Stampa, secondo Francesco Boccia, il governo italiano non può restare “silente e fermo”. Palazzo Chigi dovrebbe assumere un’iniziativa immediata di fronte a una vera e propria “dismissione di un patrimonio della democrazia italiana”. Da qui la richiesta, avanzata dal presidente dei senatori del Partito democratico, di ricorrere al golden power per tutelare “beni e capitali strategici di interesse nazionale”. Ora, forse vale la pena fermarsi un attimo e ricordare che cosa sia davvero il golden power e a quali condizioni il suo esercizio sia previsto dall’ordinamento italiano.

Quando usare, davvero, il golden power

I poteri speciali del governo non sono una clausola di salvaguardia genericamente applicabile a qualunque operazione economica sgradita, né tantomeno uno strumento di intervento discrezionale nel mercato editoriale. Essi entrano in gioco in seguito alla vendita o al trasferimento di un’azienda, laddove tale cessione rappresenti una minaccia di grave pregiudizio per la sicurezza nazionale, per la difesa del Paese, per il funzionamento delle reti strategiche – di trasporto, di energia, di comunicazione – o per la continuità degli approvvigionamenti essenziali. Parliamo, in buona sostanza, di uno strumento di politica industriale, pensato per garantire un controllo pubblico su asset strategici e per impedire che soggetti privati – specie se esteri – possano compromettere interessi collettivi fondamentali.

È uno strumento serio, delicato, che trova la sua legittimità proprio nella sua eccezionalità. Naturalmente, e non a caso, non è uno strumento che può essere usato per limitare la concorrenza o alterare il libero mercato, né tantomeno per esprimere un giudizio politico o culturale sugli assetti proprietari dei mezzi di informazione. Eppure il capogruppo al Senato del Partito democratico chiede al governo di applicare il golden power per impedire la vendita di La Repubblica a un editore che non è russo, non è cinese, non è riconducibile a potenze ostili o a regimi autoritari, ma è addirittura europeo. Un’ipotesi che, se non fosse stata avanzata ufficialmente, apparirebbe surreale. E invece è assolutamente vera.

Seguendo questo ragionamento, dovremmo riconoscere che aveva ragione la destra gollista di Jacques Chirac quando, nel 1986, tentò di impedire lo sbarco in Francia di Silvio Berlusconi con la sua televisione. O, andando oltre, bisognava impedirgli di arrivare in Germania e in Spagna. Avremmo dovuto chiudere i confini italiani ai francesi di Canal Plus e a Rupert Murdoch, che salvò Stream e Telepiù con la nascita di Sky, cambiando per sempre il mercato televisivo nazionale.

Perché sarebbe un precedente pericoloso

Se il criterio diventa quello della “difesa della democrazia” intesa in senso proprietario, allora qualunque passaggio di mano di un giornale, di una televisione o di una piattaforma potrebbe essere sottoposto al vaglio politico del governo di turno. Un precedente pericoloso, che nulla ha a che fare con la tutela del pluralismo e molto con il controllo del dissenso. Il pluralismo non si garantisce congelando gli assetti industriali, ma creando le condizioni affinché più voci possano competere liberamente sul mercato delle idee.

La richiesta di Boccia, dunque, non è solo giuridicamente debole, è culturalmente rivelatrice. Rivela una concezione secondo cui alcuni giornali sarebbero beni comuni solo quando rispecchiano la nostra sensibilità politica. Ma la democrazia non si difende invocando poteri speciali fuori contesto, né trasformando strumenti pensati per la sicurezza nazionale in espedienti per blindare il mercato. Tutto questo alla faccia del sogno di un’Europa unita e federale.