Siamo al derby delle minoranze: i cittadini non hanno interesse a contarsi, ma a contare
Voto regionali, abbiamo incoronato Mastella, salvato Sangiuliano e bocciato Vendola: la realtà è che votano solo quelli già schierati
La festosa reazione della politica al voto regionale sembra un brindisi in una sala vuota. Come stappare champagne mentre l’equipaggio lascia la nave. La nostra democrazia non è il Titanic, ma neppure può più permettersi di enfatizzare banali regolamenti di conti fra partiti e capibastone. Abbiamo incoronato Mastella, salvato Sangiuliano e bocciato Vendola, d’accordo. Il gossip politico è salvo. Ma è surreale dare grandi significati al trionfo di un sistema che ormai parla a sé stesso, si vota da solo e si proclama vincitore senza sapere esattamente di cosa.
Dai brand (Decaro, De Luca, Zaia) al deserto
Il 60 o il 65, primo partito o secondo, quello che doppia quell’altro. La realtà è che ormai votano solo quelli già schierati o mossi da un qualche interesse. Funzionano singoli nomi che diventano brand: Zaia, Decaro, De Luca. Il resto è deserto. I leader parlano molto ma l’elettorato è in silenzio stampa. Servono urgenti correttivi: in primis, il voto elettronico e la concentrazione del momento elettorale (ma non certo sanzionare chi si astiene, come pure qualcuno propone). Ma per riempire un vuoto di motivazione che cresce di continuo, occorre ben altro: i cittadini non hanno interesse a contarsi, ma a contare. Magari anche a sognare. Quali idee, quali valori ci sono dietro quella vecchia scheda su cui far scivolare la matita? Si può davvero andare alle urne per mettere bandierine e permettere al notabile di regolare faide locali?
Il centrodestra si crogiola, Schlein da assemblea studentesca
Il centrodestra, ormai a suo agio nella placida gestione dell’esistente, si crogiola nel mancato scossone evocato dalla sinistra. Elly Schlein, invece, si concede toni da assemblea studentesca: uniti si stravince. Ma per fare cosa? A parte che per governare bisognerebbe prendere qualche voto anche al Nord, il derby delle minoranze non basta a dare al Paese una linea credibile su Putin e il Medio Oriente, il lavoro, la sicurezza, il fisco o la denatalità. La Puglia o la Campania sono Regioni importanti, ma restano territori. Anche se un aspirante governatore locale di recente ha pensato bene di riconoscere la Palestina.
Le regionali a pezzetti sono servite solo a confermare il carisma personale di alcuni e i potentati locali di altri. I due schieramenti glissano il problema. Non si preoccupano più di convincere, ma solo di capitalizzare i passi falsi dell’avversario, fra uno spauracchio di fascismo di qua e una saltellata contro il comunismo di là. Ma il potere non è una recita, né una somma o un algoritmo. È consenso su un progetto e – absit iniuria verbis – su un ideale. Altrimenti, continueremo a celebrare l’apoteosi del voto inutile, con la maggioranza che si sottrae in massa a elezioni trasformate in sedute di autocoscienza fra gruppi dirigenti in cerca di rivincite.
In attesa di un election day vero, elettronico, sicuro, serve una politica che tocchi di nuovo l’anima e il cuore. Una stagione in cui si torni a votare non perché ci si sente parte di una curva o di un comitato d’affari, ma il pezzo di un cammino collettivo. Perché si crede possibile cambiare il destino della propria terra, non quello di un assessore.
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