Esteri
Westminster come Montecitorio, la politica britannica si italianizza: della Brexit non si parla, ma continua a far danni in settori vitali del Paese
C’era una volta la politica britannica a cui guardavamo con ammirazione e non poca invidia. Downing Street faceva pensare a Gladstone, Churchill, o Tony Blair. Non che tutto scorresse perfettamente. Già nel XVIII secolo, lo scozzese David Hume metteva in guardia contro gli appetiti insaziabili, che se non imbrigliati dalle norme di giustizia sono “direttamente distruttivi della società”. Come prevedibile, è rimasto inascoltato.
Lo spartiacque più evidente di questo mutamento è stato il referendum del giugno 2016 sull’appartenenza all’Unione Europea, lanciato avventatamente dall’allora Primo Ministro conservatore David Cameron, per tentare di riguadagnare un po’ di voti travasati nell’UKIP di Farage. Fu proprio con l’UKIP che fecero gruppo comune i 5Stelle al loro primo approdo in Parlamento Europeo, credendo alle rassicurazioni di Beppe Grillo che Farage non fosse un leader di estrema destra ma un eroe antisistema calunniato dai soliti poteri forti.
Travolto dall’ansia indotta dai sondaggi, Cameron indisse il referendum pensando che non si sarebbe mai arrivati a effettuare un enorme atto di autolesionismo collettivo. Non aveva fatto conti sufficienti né con le idi di marzo apparecchiate da Boris Johnson, né con la presenza di Jeremy Corbyn come leader laburista, che sull’UE aveva posizioni simili a quelle della destra più estrema.
Il resto è storia. Il Regno Unito ha abbandonato l’Unione Europea sulla base di un referendum puramente consultivo in cui l’Unione è stata raffigurata come la fonte di ogni male, dalla crisi del sistema sanitario all’IVA sui lavandini. Il 37.47% dei votanti misero la crocetta sul “Leave”, il 34.73% sul Remain e il 27.8% non votò. Johnson sostituì al volo Cameron, e con l’aiuto di Corbyn fece uscire rapidamente l’UK dall’Unione senza analizzare le conseguenze di questa decisione per il Paese. Nella politica populista tira più un filo di voti che un carro di dati, così le conseguenze continuano a sentirsi a distanza di dieci anni, senza che i due principali partiti riescano più a pronunciare la parola Brexit, a cui non si potrebbe attaccare alcun moto d’orgoglio. Questa crisi ha generato una sorta di italianizzazione della politica britannica: dal 2010 a oggi ci sono stati 6 premier, lo stesso numero che c’era stato dal 1970 al 2007. Altri tempi.
La povertà cresce, inclusa quella infantile, e il numero di senzatetto è quasi raddoppiato dal 2021. Molti vivono per strada, altri cercano ospitalità temporanea da parenti e amici. Il famoso bus di propaganda del Leave sparse la frottola che si inviavano 350 milioni di sterline a settimana “all’UE”, che si sarebbero invece dovuti investire nel sistema sanitario nazionale. Il messaggio fece presa su molti, che subivano gli effetti una sanità prossima al collasso. In un sistema già a corto di personale, la Brexit ha causato un sensibile esodo di europei fra medici e infermieri. I 350 milioni a settimana sono evaporati al momento della proclamazione dei risultati e i tempi di attesa per le consultazioni hanno raggiunto cifre da record di oltre 13 settimane (erano 8 nel 2019), con oltre 7 milioni di persone in attesa di una visita specialistica nel settembre 2025. È quadruplicato il numero di persone in attesa per oltre 12 ore per un trattamento al pronto soccorso.
La Brexit non è l’unica causa ma un fattore dominante in questa crisi. Premier di altri tempi come Major e Blair continuano ad affermare che è un errore a cui bisogna porre rimedio, ma la politica britannica si è assuefatta al guardare al breve termine della prossima elezione.
Anche se Keir Starmer non ha collezionato le brutte figure di suoi recenti predecessori come Boris Johnson o Liz Truss, il suo dimenarsi fra le anime corbynista e socialdemocratica che si contendono le spoglie del Labour continua a fare arretrare il governo nei sondaggi. La situazione non migliora in questo periodo, in cui si discute di finanze. La Cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves, incaricata di presentare la legge di bilancio, è stata accusata di avere inventato un buco di 20 miliardi di sterline per giustificare aumenti delle tasse e tagli alla spesa sociale. Al Labour viene rinfacciato di avere rotto varie promesse elettorali, che facevano presa sui votanti ma non avevano radici nella realtà.
God save the King e tutti i sudditi, perché almeno come italiani a navigare acque turbolente siamo abituati, mentre nel Regno Unito instabilità e populismo sono una scoperta recente, che continua a lasciare sbigottiti.
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