C’è un’Italia che non ha mai occupato piazze, che non ha scritto sui muri, che non ha trasformato ogni canzone in un proclama. Un’Italia che si è innamorata, ha sofferto, ha cresciuto figli, ha attraversato crisi economiche e trasformazioni epocali portandosi dentro sentimenti che non avevano bisogno di bandiere per essere autentici. Questa Italia, per sessant’anni, ha avuto una colonna sonora precisa: quella dei Pooh. Nel 1966, mentre il mondo giovanile si preparava alle grandi contestazioni, quattro ragazzi iniziavano un percorso che sarebbe diventato il più longevo della musica italiana. Non lo sapevano, naturalmente. Non sapevano che avrebbero venduto cento milioni di dischi, che avrebbero riempito stadi, che sarebbero diventati, loro malgrado, un fenomeno sociologico prima ancora che musicale.

I Pooh raccontavano l’Italia che era

I Pooh hanno pagato a lungo una colpa imperdonabile agli occhi di certa intellighenzia: quella di essere comprensibili. Di parlare d’amore quando bisognava parlare di lotta di classe. Di raccontare la separazione, la nostalgia, la paternità, mentre altri trasformavano ogni verso in un volantino. Erano gli anni in cui la canzone doveva essere “impegnata” per meritare rispetto critico, in cui ammettere di commuoversi per una melodia senza sottotesti politici equivaleva a una confessione di superficialità. Eppure, mentre i cantautori militanti raccontavano l’Italia che avrebbe dovuto essere, i Pooh raccontavano quella che era. Non un’Italia peggiore, semplicemente diversa. Un Paese fatto di persone che al mattino andavano a lavorare, che la sera tornavano a casa, che si interrogavano sul senso delle proprie relazioni, sulla paura di invecchiare, sul mistero di voler bene a qualcuno. Riascoltati oggi, molti testi dei Pooh rivelano una profondità che il pregiudizio culturale dell’epoca impediva di riconoscere. Quando in Noi due nel mondo e nell’anima un uomo si descrive come quello che “respira piano per non svegliare te”, non sta facendo intrattenimento leggero. Sta condensando in un’immagine minima — il respiro trattenuto accanto alla persona amata — tutta la delicatezza di cui è capace l’amore maturo, quello fatto di attenzione silenziosa più che di dichiarazioni roboanti.

L’intelligenza emotiva di massa dei Pooh

È quella che oggi chiameremmo intelligenza emotiva di massa. La capacità di intercettare sentimenti universali e restituirli in una forma che li rendesse condivisibili, riconoscibili, meno solitari. Chi non ha mai trattenuto il fiato per non disturbare il sonno di qualcuno che ama? I Pooh prendevano questi frammenti di vita comune e li trasformavano in versi che milioni di persone sentivano propri. Ma sarebbe ingeneroso ridurre i Pooh ai soli cantori dell’intimità domestica. Sotto le melodie orecchiabili scorreva spesso un’inquietudine esistenziale che nulla aveva da invidiare ai tormenti dei cantautori più accreditati. Dammi solo un minuto non è una canzone d’amore convenzionale: quel “soffio di vita”, quel “salto nel vuoto” invocati con urgenza raccontano la vertigine di chi sente il tempo sfuggire, la precarietà dell’esistenza, il bisogno disperato di un istante di autenticità prima che sia troppo tardi. E che dire di Uomini soli, il brano che nel 1990 vinse Sanremo parlando a un’Italia che si scopriva improvvisamente ricca e insieme smarrita? Quel “Dio delle città e dell’immensità, se è vero che ci sei e hai viaggiato più di noi” è un verso che avrebbe potuto scrivere un poeta maledetto, non una band accusata di essere troppo commerciale. È il grido di una generazione che ha attraversato il boom, il terrorismo, il riflusso, e si ritrova a interrogare un cielo che forse è vuoto, con la stessa dignità di chi ha cercato risposte nei libri di filosofia.

C’è voluto coraggio

C’è voluto coraggio, anche se non lo si è mai riconosciuto. Il coraggio di non inseguire mode intellettuali, di non vergognarsi della melodia, di non sacrificare la comunicabilità sull’altare della sperimentazione fine a sé stessa. Mentre il progressive rock produceva suite di venti minuti comprensibili a pochi iniziati, mentre la canzone d’autore si faceva sempre più ermetica, i Pooh continuavano a credere che si potesse dire qualcosa di vero anche con un ritornello orecchiabile. Chi fermerà la musica — con quella luna “al suo posto” mentre “l’aria sta cambiando” — è quasi un manifesto poetico involontario: le cose essenziali restano, nonostante tutto. La musica, la luna, i sentimenti. Cambiano i tempi, cambiano le mode, cambiano le ideologie. Ma certe verità emotive sono più resistenti delle rivoluzioni.

Sessant’anni di costume italiano

Seguire la discografia dei Pooh significa attraversare sesssant’anni di costume italiano. Gli amori romantici degli esordi, che riflettevano un Paese ancora legato a codici sentimentali tradizionali. Le inquietudini esistenziali degli anni Settanta, quando anche la normalità cominciava a porsi domande. Le riflessioni sulla maturità degli anni Ottanta e Novanta, quando quella generazione che li aveva seguiti da ragazza si ritrovava adulta, con figli, mutui, delusioni e nuove consapevolezze.

In questo senso, i Pooh sono stati etnografi involontari. Hanno documentato non i grandi eventi, ma il tessuto emotivo quotidiano di un Paese in trasformazione. E lo hanno fatto con una coerenza che ha dell’incredibile: stesso gruppo, stessa formazione sostanziale, stessa fedeltà a un’idea di canzone, per oltre mezzo secolo. Quando nel 2016 hanno annunciato lo scioglimento, quando hanno riempito per quella che doveva essere  l’ultima volta lo stadio San Siro, non si era la chiusura di un capitolo della musica italiana. Era il ritiro di  un modo di intendere il rapporto tra artista e pubblico, fondato sulla fedeltà reciproca, sulla condivisione di un percorso di vita, sulla fiducia che certe canzoni sarebbero state sempre lì, pronte a dire quello che non si riesce a dire. Per fortuna, il richiamo di quell’Italia “normale”  indusse alle reunion. Sessant’anni dopo l’inizio, i Pooh restano un caso unico nella nostra cultura popolare. Un caso che meriterebbe di essere studiato senza pregiudizi ideologici, per capire come sia possibile che un gruppo abbia accompagnato tre generazioni di italiani senza mai tradire la propria natura, senza mai fingere di essere ciò che non era.

Hanno cantato l’Italia normale. Quella che respira piano per non svegliare chi ama. Quella che chiede un minuto, un soffio di vita. Quella che alza gli occhi al cielo e si chiede se qualcuno, là fuori, abbia viaggiato abbastanza da capire.