Trenta miliardi di euro di investimenti immobiliari stranieri nell’ultimo quindicennio, la metà dell’intero volume nazionale. Duemila multinazionali con sede nel capoluogo lombardo, il quarantacinque per cento del totale italiano. Una quota di capitale estero — cinquantacinque per cento degli investimenti immobiliari — superiore alla media europea. Milano è diventata un magnete per flussi finanziari che originano a Doha come a Houston, a Sydney come a Pechino, a Mosca come a Lussemburgo.

Il caso emblematico è Porta Nuova. Nel 2015 il Qatar Investment Authority ha rilevato l’intero progetto per due miliardi di euro: 290mila metri quadrati, dalla Torre UniCredit al Bosco Verticale. Il fondo sovrano dell’emirato ha impresso il proprio sigillo sulla nuova identità visiva della città, trasformando Piazza Gae Aulenti in un’icona che dialoga con Singapore e Dubai più che con il proprio hinterland. Il portafoglio italiano del Qatar — Costa Smeralda, Four Seasons Firenze, Hotel Gallia, maison Valentino — supera complessivamente i cinque miliardi.

Sulla stessa traiettoria i colossi americani. Hines ha annunciato investimenti per sei miliardi concentrati su Milano: dalla riqualificazione della Torre Velasca al progetto Unione Zero nelle ex aree Falck, dallo Scalo Farini all’ex Trotto di San Siro. Blackstone, attraverso Kryalos, ha acquisito asset simbolici come l’ex sede del Corriere della Sera e il Palazzo delle Poste in Piazza Cordusio, oggi primo Starbucks Reserve Roastery d’Italia. L’australiana Lendlease sta plasmando MIND, il distretto dell’innovazione sorto sulle ceneri di Expo, con una concessione novantanovennale e quattro miliardi di investimento complessivo.

Prima delle sanzioni del 2022, anche il capitale russo aveva trovato a Milano un approdo privilegiato. La provincia registrava la maggiore concentrazione di titolari effettivi russi in Italia. L’operazione più significativa risale al 2014, quando Rosneft — il colosso petrolifero di Stato — acquisì il tredici per cento di Pirelli per 553 milioni di euro. L’accordo fu siglato al Forum di San Pietroburgo sotto lo sguardo di Vladimir Putin, con Igor Sechin che entrava nel consiglio di amministrazione della storica azienda milanese. Un intreccio tra industria e geopolitica che l’invasione dell’Ucraina avrebbe fatto deflagrare, congelando asset e ridisegnando le strategie di diversificazione dei grandi fondi internazionali.

Una parabola diversa, e per certi versi più articolata, ha caratterizzato il capitale cinese. L’acquisizione di Pirelli da parte di ChemChina nel 2015 per oltre sette miliardi sembrava inaugurare una stagione di penetrazione strategica nell’industria italiana. Il campus della Bicocca, cuore tecnologico del gruppo con i suoi quattrocento ingegneri, restava a Milano per vincolo statutario. Ma l’esercizio del Golden Power nel 2023 ha imposto limiti al ruolo degli azionisti di Pechino, segnando un cambio di paradigma nei rapporti bilaterali. Nel settore della moda, Fosun ha rilevato Palazzo Broggi in Piazza Cordusio, mentre Marisfrolg Fashion di Shenzhen ha acquisito la storica maison Krizia, impegnandosi a mantenere sede e produzione in Italia.

Il capitolo calcistico ha offerto una lezione ancora più istruttiva. Nel 2016-2017, Suning e Li Yonghong hanno rilevato Inter e Milan, portando entrambi i club sotto bandiera cinese. Il derby del 15 aprile 2017, disputato alle 12.30 per favorire la visione in Cina, avrebbe dovuto sancire l’alba di una nuova era. L’epilogo è noto: la stretta di Pechino sugli investimenti “irrazionali” all’estero, i default finanziari, il passaggio di entrambe le proprietà a fondi americani. Il calcio europeo, ecosistema emotivo prima che economico, ha respinto un approccio che ne sottovalutava le specificità culturali e gestionali. Eppure, proprio questo fallimento illumina una caratteristica strutturale della Milano contemporanea. Il tramonto dell’esperimento cinese non ha determinato un ritorno alla proprietà italiana: Inter e Milan sono oggi controllate da Oaktree e RedBird. È la conferma che la città ha ormai consolidato una vocazione cosmopolita che prescinde dalle singole provenienze geografiche del capitale. I flussi si spostano, le bandiere cambiano, ma Milano resta un approdo privilegiato per chi cerca rendimenti e prestigio nel cuore dell’Europa.

Questa esposizione ai capitali globali comporta opportunità evidenti: rigenerazione urbana su scala mai vista prima, occupazione qualificata nei settori dell’innovazione, inserimento stabile nei circuiti internazionali della finanza e della tecnologia. Comporta anche una dipendenza da dinamiche che trascendono i confini comunali e nazionali — le tensioni geopolitiche, le strategie dei fondi sovrani, le oscillazioni dei mercati. Ma è una condizione che Milano condivide con tutte le metropoli europee di rango, da Barcellona ad Amsterdam, da Monaco a Vienna. In un’epoca segnata da localismi e chiusure, l’apertura resta la cifra distintiva del capoluogo lombardo. E forse, nel lungo periodo, la sua risorsa più preziosa.