Il fenomeno prominence
Accendiamo la tv e non la riconosciamo più: colpa del fenomeno prominence
La televisione generalista sta attraversando una trasformazione che non è solo tecnologica, ma culturale, industriale e persino politica. Per decenni è stata il cuore dell’esperienza mediatica collettiva: pochi canali, un palinsesto condiviso, un telecomando come bussola universale. Oggi quello schema si è incrinato.
Non perché la televisione generalista sia morta, ma perché rischia di diventare invisibile – La domanda non è più soltanto come cambierà la TV generalista nei prossimi anni, ma dove la troveremo. E se riusciremo ancora a trovarla. Chiunque abbia acceso un televisore di nuova generazione, o si sia trovato davanti a uno schermo in una stanza d’albergo, ha fatto la stessa esperienza: uno schermo dominato da app e pulsanti dedicati a piattaforme di streaming. Sul telecomando campeggiano Netflix, Prime Video, talvolta Disney+. I canali tradizionali – Rai, Mediaset, La7 – non scompaiono formalmente, ma vengono relegati in profondità: nascosti dietro menu, scansioni automatiche, numerazioni poco intuitive.
Questo fenomeno ha un nome preciso: prominence. In gergo tecnico indica il grado di visibilità e accessibilità dei contenuti sui dispositivi digitali. Nel vecchio mondo analogico accendevi la TV e apparivano i canali, in un ordine riconoscibile, generalmente si sintonizzava su Rai Uno. Nel mondo smart, tutto è cambiato e la schermata iniziale è uno store di applicazioni – Chi produce il televisore – o chi ne controlla il software – decide cosa appare nella schermata iniziale, cosa viene suggerito, cosa è raggiungibile con un click e cosa richiede una ricerca attiva. In altre parole: chi costruisce il televisore determina la gerarchia dei contenuti Il passaggio cruciale è questo: la televisione generalista nasce come medium “push”, che propone contenuti a un pubblico ampio e trasversale; l’ecosistema digitale è invece “pull”, basato sulla scelta individuale e sulla ricerca. Ma quando la ricerca avviene dentro ambienti sovraffollati – centinaia di canali, migliaia di titoli, decine di app – ciò che non è immediatamente visibile tende a sparire, anche se esiste. Il telecomando, simbolo di semplicità, perde centralità.
Al suo posto c’è la navigazione: menu complessi, caroselli infiniti, suggerimenti personalizzati. Il rischio è evidente: la televisione generalista, pur continuando a produrre informazione, intrattenimento e servizio pubblico, diventa una delle tante opzioni, non più il punto di partenza. Questo ha conseguenze non solo sul piano industriale – ascolti, pubblicità, sostenibilità economica – ma su quello culturale. La TV generalista ha sempre garantito accesso universale all’informazione, copertura di eventi collettivi, narrazioni condivise. Se la sua reperibilità dipende da accordi commerciali tra broadcaster e costruttori di device, quel ruolo viene indebolito. Nei prossimi anni, la televisione generalista non sparirà, ma sarà costretta a ripensarsi. Dovrà diventare più ibrida, più presente sulle piattaforme, più capace di dialogare con il linguaggio digitale.
Dovrà combattere una battaglia di visibilità: non tanto contro lo streaming, quanto contro l’architettura invisibile degli ecosistemi tecnologici. Non si tratta di avere nostalgia per il passato, né resistenza all’innovazione, è una questione di equilibrio. In un mondo in cui l’accesso ai contenuti è mediato da pochi grandi gatekeeper tecnologici, garantire visibilità ai canali generalisti e gratuiti, significa difendere il pluralismo – Forse, in futuro, accendere la TV non significherà più “guardare un canale”, ma entrare in un ambiente. La vera sfida sarà fare in modo che, in quell’ambiente, la televisione generalista non diventi una porta nascosta, ma resti una presenza riconoscibile. Non per abitudine, ma per scelta.
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